IL DIAPASON INTERVISTA OTELLO PERAZZOLI

Raccolta da Alessandro Nobis

Otello Perazzoli, originario della bassa veronese della quale conserva la caratteristica e riconoscibilissima “parlata”, è certamente uno dei più importanti divulgatori della cultura popolare veronese in senso lato, visto che per ragioni professionali ha passato parecchi anni nella parte opposta della provincia, nella Lessinia che fu dei Cimbri.

Mi è sembrato doveroso ed opportuno porgli delle domande riguardanti la sua attività, la sua storia di ricercatore e di divulgatore, parole che definiscono la sua “mission” – come si usa chiamare adesso e lo disco con tono ironico – ma che in realtà definiscono “solo” la sua enorme passione verso la storia e la cultura che le generazioni passate ci hanno regalato e che non dobbiamo assolutamente far cadere nell’oblio. Come ricorda Otello al termine dell’intervista citando Mahler – che non è proprio uno qualsiasi – “la tradizione non è culto delle ceneri, ma custodia del fuoco.

  • Otello, tu sei originario della pianura veronese zona lungamente studiata da Dino Coltro. Come si sei avvicinato e poi appassionato alla cultura popolare, attraverso tuoi familiari o studiando l’opera di studiosi come Coltro?
  • Tutto è nato parecchi anni fa, diciamo una trentina, quando, con un gruppo di amici abbiamo dato vita al Canzoniere del Progno, un gruppo di Illasi ci ricerca ed esecuzione delle cante della tradizione orale. E’ stato allora che ho sentito la necessità e la voglia di conoscere Dino Coltro che tanto a lungo e tanto profondamente aveva studiato la cultura contadina.img_0022
  • Come si è evoluto il tuo approccio e quali sono state le principali attività in questo ambito?
  • Dopo il periodo passato con il Canzoniere del Progno, con altri amici abbiamo dato vita al Cantafilò che, oltre alle cante, propone tutt’oggi anche le danze della nostra tradizione. Nel frattempo sono andato ad insegnare Lettere a Selva di Progno e mi sono accorto che, nella memoria degli anziani, sopravviveva molto del patrimonio orale originale della zona. Grazie agli alunni sono venuto in contatto con i genitori ed i nonni e ciò mi ha permesso di continuare la ricerca sulle tradizioni locali. In quegli anni è iniziata la ricerca sistematica su quanto è stato scritto sul la tradizione orale e mi sono reso conto che , oltre alle circa 10.000 pagine di Dino Coltro,  altro c’era da conoscere e da studiare.
  • Come insegnante hai girato la provincia in lungo ed in largo. Hai avuto modo di incontrare “informatori” dai quali hai imparato cante, filastrocche o storie “popolari, persone alle quali sei rimasto legato, con le quali hai avuto la sensazione di essere sulla stessa “lunghezza d’onda”. Vuoi ricordarne qualcuna?
  • Sono tante le persone a cui sono riconoscente, penso a quelle che mi hanno aiutato a conoscere più da vicino l’anima profonda della montagna veronese e dei quali sono stato orgoglioso di diventare amico (Piero, Ettore, Gildo, Tilio, Agostino, Don Alberto e tanti altri) Li ho conosciuti che erano aventi con gli anni ed ora non ci sono più. Rimane vivissimo il loro ricordo e spesso propongo le loro storie, le cante che mi hanno insegnato, alcuni aneddoti della loro vita negli incontri che faccio in giro per la provincia, e non solo.
  • Da quando hai iniziato il tuo lavoro di docente di lettere, come è cambiato l’approccio tra i ragazzi e le tradizioni della terra dove vivono?
  • Rispetto ai primi anni di insegnamento, circa 35 anni fa, mi sono reso conto che il rapporto degli alunni con l’ambiente andava cambiando. All’inizio, quando si usciva dalla scuola per percorrere i sentieri del bosco lì vicino, erano loro ad indicarmi, in dialetto, il nome delle piante, che mi parlavano del lavoro dei nonni, che sapevano come si fa il formaggio, si prepara la legna per l’inverno, si taglia e si raccoglie il fieno. Poi molto è cambiato, al rapporto con gli anziani si è sostituita la tv, i videogiochi e, tutte quelle piante con tanti nomi particolari sono diventati “pinetti”. E così ho cercato di essere il loro legame con la cultura della tradizione, aiutato in questo nella straordinaria produzione di opere che trattano la Lessinia. Abbiamo cercato nuove cante, formato un gruppo, i Torototei, con i quali andavamo a proporle in tante occasioni, abbiamo cercato nuove fole, consegnate poi ad Attilio Benetti che le ha inserite nelle sue raccolta, abbiamo pubblicato un piccolo volume di fiabe e collaborato ad altre pubblicazioni edite da Taucias Gareida, la casa  editrice di Giazza. Siamo ritornati nei boschi vicini alla scuola per riconoscere e chiamare per nome gli alberi, gli arbusti, i fiori spontanei, siamo stati alla Carbonara preparata ogni anno dal Nello di Giazza ed abbiamo allestito, alla fine dell’anno scolastico, mostre a tema con gli oggetti di uso quotidiano.
  • Selva di Progno è uno dei paesi nei quali hai lavorato, una “terra cimbra”. Quanto è distante il “mondo cimbro” o le sue vestigia “orali” nelle valli della Lessinia e nella memoria delle persone?
  • Ho lavorato per 30 anni a Selva di Progno, il comune più a nord della Val d’Illasi che comprende le frazioni di Campofontana, San Bortolo e Giazza. La lingua cimbra è scomparsa dal capoluogo e dalle frazioni più alte almeno un centinaio di anni fa mentre è resistita solo a Giazza, dove ancora sopravvivono pochi testimoni che ricordano quell’idioma. Difficile stabilire ciò che sia retaggio dei Cimbri nella cultura trasmessa agli alunni.
  • Hai cercato di raccontare la “cultura popolare” nelle classi dove hai lavorato. Quali erano i temi che affrontavi e che più interessavano i ragazzi? Ti è capitato qualche volta che dalle famiglie dei ragazzi “arrivassero” informazioni nuove?
  • Come ho già detto prima, ho sempre considerato mio compito primario quello di far conoscere ai ragazzi l’ambiente fisico ed umano dal quale provenivamo, di trasmettere loro l’orgoglio di tale appartenenza, la bellezza e l’originalità della loro storia e delle loro tradizioni. Il contributo della famiglie è stato fondamentale per le varie ricerche che con i colleghi abbiamo intrapreso. Sono stati raccolti canti che non conoscevo, fole inedite, storie bellissime. Molte delle relazioni che sono nate allora con i genitori continuano tuttora, molti dei ragazzi, alle superiori ed all’esame di maturità hanno presentato relazioni sul loro ambiente, con molti di loro il dialogo continua. E trovo tutto questo per me molto gratificante ed importante.
  • Credo tu non sia esattamente ciò che si definisce un “musicista tradizionale”, ma piuttosto un cantastorie, un divulgatore con l’importante ruolo non di far rivivere filologicamente un mondo che non tornerà più ma quello di fa conoscere che un mondo diverso da questo è esistito nelle passate generazioni………
  • Certamente non posso proprio essere definito un musicista tradizionale, dato che non conosco nemmeno il pentagramma….. Mi va bene la definizione di “cantastorie”, anche se mi sento inadeguato rispetto ai grandi, veri cantastorie che mi hanno preceduto. Mi ritengo un “contastorie” (“racconta storie”, n.d.r.) perché il tempo dedicato ai racconti, alle tradizioni, ai proverbi ultimamente supera quello riservato alle cante. Considero Coltro un “amico da lontano”, come mi scrisse nella dedica di un suo libro, e lo ricordo in ogni occasione. Come scrisse Gustav Mahler “tradizione non è culto delle ceneri, ma custodia del fuoco”. Ecco, nel mio piccolo, cerco di essere nei miei incontri il custode di un fuoco che, spiace constatarlo, si è spento.
  • Quali sono le tematiche che proponi quando con il tuo organetto diatonico viene chiamato a divulgare la tradizione o semplicemente intrattenere il pubblico?
  • I più “gettonati” sono “Il ciclo della vita nei canti, nelle storie, nei proverbi della tradizione orale”, “Riti, miti leggende e cante della cultura contadina”, “lavoro ed emigrazione nelle cante e nelle storie della nostra tradizione”, “Dal Risorgimento alla Costituzione, le cante e le storie del nostro passato”, “ Il filò”, “La vita e l’opera di Dino coltro, amico da lontano”, Cante e storie di cantastorie come “Il ciclo dell’anno nella tradizione orale”,“ Da Santa Lucia alla Veceta, cante, riti e storie legate al Natale, e dintorni”
  • I tuoi contatti?
  • Molti inviti arrivano dalle università del tempo libero della provincia, da associazioni locali come Proloco, Associazioni Alpini, Biblioteche Comunali, dalle scuole materne fino all’università dove per esempio ho proposto il mio repertorio alla cattedra di “Storia dell’educazione”, da privati per particolari ricorrenze, da qualche festa o sagra. Il lavoro non manca perchè grande è la voglia di ricordare un passato vicino ma tanto lontano.
  • Chi fosse interessato a conoscermi mi può contattare su Facebook: il link è https://www.facebook.com/otello.perazzoli?fref=ts

 

 

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