DAVID CROSBY “Lighthouse”

DAVID CROSBY “Lighthouse”

DAVID CROSBY “Lighthouse”

Verve, 2016

 di Alessandro Nobis

Dei tre moschettieri (Neil Young lo vedo come una sorta di D’Artagnan, e chi conosce i romanzi di Dumas  capirà facilmente perché) il mio preferito da sempre è David Crosby. Non solo per la sua faccia simpatica, o per le emozioni che ho provato nell’ascoltare e riascoltare dischi nei quali ha lasciato la sua impronta di chitarrista e compositore; cito a memoria “Younger Than Yesterday”, “Déjà Vu”, “CSN”, “Wind on the Water” e soprattutto il manifesto della stagione musicale californiana, “If I Only Could Remember My Name”, ma soprattutto per la grinta e la forza mostrata nel risalire dal “buco nero” delle dipendenze ritornando poco a poco quell’artista che tutto il mondo musicale aveva amato. Nuove collaborazioni, tour con Stills e Nash, con Nash (le migliori) e da solo, ottimi dischi. Insomma un grande autore ritrovato.

Questo recente “Lighthouse” è stato paragonato al suo primo LP solista (“If a could…) per la bellezza delle nove composizioni e per gli arrangiamenti elaborati soprattutto nelle parti vocali da Michael League (Snarky Puppy) che valorizzano appieno il talento di Croz. Qualcuno ben più autorevole di me (Rolling Stone) dice che per comprendere questo disco si deve fare riferimento ad una “Triad” dilatata e suddivisa in nove momenti: sono d’accordo. Le accordature che Crosby utilizza non sono quelle standard, sono quelle che creano l’atmosfera magicamente unica della sua musica (lui dice di averli imparati da Joni Mitchell), le tematiche che affronta riguardano sempre la sfera personale e quella sociale (“Looking in their eyes” e “What makes it so?”) ad esempio si riferiscono agli immigrati) da sempre care ai musicisti della Bay Area.

Non è un disco dalla presa immediata, te ne innamori al secondo ascolto; un disco onesto, personale ed unico, come del resto è stata la musica che Crosby ci ha regalato negli ultimi quarant’anni.

Lunga vita a Croz.

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