DALLA PICCIONAIA: Diego Alverà racconta “Kind of Blue” di Miles Davis

DALLA PICCIONAIA: Diego Alverà racconta “Kind of Blue” di Miles Davis

DALLA PICCIONAIA: Diego Alverà racconta “Kind of Blue” di Miles Davis

di alessandro nobis

Anche per il terzo appuntamento di “Storie da raccontare” con Diego Alverà organizzato dall’Agenzia di Comunicazione Pensiero Visibile e appunto dalla Cooperadi Arbizzano, Verona – dove si tengono gli incontri – c’era il tutto esaurito.

Stavolta in scena è andato uno dei capolavori assoluti della musica del Novecento, un pugno di registrazioni che nel ’59 diedero una forte sterzata alla musica afroamericana per un lungo periodo utilizzata come accompagnamento al ballo ed alla quale i primi a dare una “spallata” furono gli eroi del bebop tra i quali appunto c’era un imberbe Miles Davis.

Alverà ha introdotto quella giornata del 2 marzo del ’59 illustrando con la “solita” chiarezza e precisione fatti e antefatti, soprattutto per quanti si fossero raccolti alla Coopera per una serata all’insegna dello storytelling senza sapere di Kind of Blue ma anche per rinfrescare la memoria per quanti abbiano consumato diverse copie in vinile di questo capolavoro davisiano.

Bill Evans disse a proposito di quella giornata: “Miles ha concepito la struttura della musica solo poco prima della sua registrazione, arrivando in studio con dei semplici schemi per indicare al gruppo quel che andava eseguito. Qualcosa di assai vicino alla spontaneità. Nessuno dei brani era stato mai eseguito prima” (cit. da “Miles Davis” di Ian Carr), una conferma del salto evolutivo che Davis volle dare al jazz: più libertà di pensiero e di composizione ai solisti e più improvvisazione che già con i boppers aveva iniziato a farsi largo nell’idioma musicale afroamericano.

Insomma in quelle due sessions Miles Davis con  Wynton Kelly, Bill Evans, Cannonball Adderley, Jimmy Cobb, Paul Chambers e John Contrane scrissero un pezzo di storia della musica incidendo un disco che, come dice il trombettista inglese Ian Carr “è diventato qualcosa di speciale: molta gente ha iniziato ad ascoltare musica da lì, e molta gente ha cominciato a suonare jazz prendendo spunto proprio da questo “Kind of Blue”.

Ultimo appuntamento con “Storie da raccontare”, domenica 18 dicembre con “David Bowie – interno berlinese”, organizzate bravamente dall’Agenzia di Comunicazione Pensiero Visibile. Sempre alle 18:30. Conviene prenotare. Lo consiglio vivamente.

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SUONI RIEMERSI: KEVIN BURKE & MICHAEL Ô DOMHNAILL “Promenade”

SUONI RIEMERSI: KEVIN BURKE & MICHAEL Ô DOMHNAILL “Promenade”

SUONI RIEMERSI: KEVIN BURKE & MICHAEL Ô DOMHNAILL “Promenade”

MULLIGAN, Irlanda, 1979 LP. COMPASS CD 200

di Alessandro Nobis

Conclusasi la folgorante esperienza della Bothy Band nel ’79, una delle più influenti formazioni del folk irlandese, il chitarrista Michael O’Domhnaill della Contea di Meath si trasferisce a Portland, nell’Oregon dove con il violinista londinese (ma con genitori della Contea di Sligo) Kevin Burke – anche lui membro della Bothy Band – registra due LP davvero significativi; il primo, questo “Promenade” e “Portland” entrambi apprezzatissimi dalla critica e dal circuito musicale irlandese non solo per il repertori affrontati ma anche per l’apporto strumentale dei due musicisti. 55453Il chitarrista – cresciuto a pane e Graham Renbourn e Jansch – sviluppò inedite accordature e forme di accompagnamento fino ad allora mai utilizzate nella musica irlandese ed il secondo con il suo stile violinistico di Sligo e con gli anni passati assieme a Domhnaill nella Bothy Band, era il partner ideale per questo magnifico disco in duo nel quale danno un contributo Triona O’Domhnaill, Donal Lunny e Declan Sinnott. La lezione di “Lord Franklin” – che narra la vicenda del comandante ex governatore della Tasmania scomparso in uno dei suoi viaggi alla ricerca del Passaggio a Nord Ovest -, le due gighe “The Reverend Brother / Sean Ryan” e il canto “Ar A Ghabhail Go Baile Atha Cliath” che narra la storia di una donna rapita dalle fate sono solamente tre brani di questo disco pubblicato nel ‘79 dall’etichetta indipendente Mulligan che contribuì con la qualità delle registrazioni alla rinascita del folk revival irlandese che si fece apprezzare in tutto il mondo.

Purtroppo Michael O’Domhnaill nel 2006 per una banale caduta in casa morì a solo 54 anni: di lui restano le registrazioni della già citata Bothy Band, degli Skara Brae, dei Relativity (il sodalizio con i fratelli scozzesi John e Phil Cunningham dei Silly Wizard) e la raffinatissima musica dei Nightnoise. Ma questo Promenade ha un fascino ed una potenza evocativa unica.

 

 

 

SHIRLEY COLLINS “Lodestar”

SHIRLEY COLLINS  “Lodestar”

SHIRLEY COLLINS  “Lodestar”

Domino Recording CD, LP, 2016.

di Alessandro Nobis

Ma voi ve la ricordate la giovanissima Shirley Collins del Sussex, girare in lungo ed in largo gli Stati Uniti con il suo fidanzato Alan Lomax nel ’59? E ve lo ricordate “Folk Roots, New Routes” seminale registrazione del ’65 con quel funambolo di Davey Graham che rivoluzionò l’approccio alle ballate tradizionali fino ad allora cantate senza accompagnamento? E “Anthems in Eden” del ‘69, primo concept album di folk con l’Early Music Consort diretto da quel geniaccio di David Munrow? Ed un altro disco fondamentale, “No Roses” del 1971 che diede il via alla saga dell’Albion Band di Ahsley Hutchings?

Ebbene l’ottuas-collinsgenaria Signora Collins, dopo 38 anni – sì, avete letto bene – e guarita da un grave guaio alle corde vocali è tornata con nuove registrazioni, raccolte in questo toccante, sincero e bellissimo “Sestante”, “Lodestar”. Registrato in un cottage della campagna inglese in compagnia di un violino, di una ghironda, di un banjo e di pochissimi altri strumenti acustici suonati da preparatissimi musicisti, “Lodestar” è una raccolta di canti narrativi – o di folk ballads detta all’inglese – suonati e cantati con una raffinatezza ed una dolcezza che raramente avevo di recente ascoltato. E’ come se, davanti ad un caminetto in un nebbioso tardo pomeriggio con un buon bicchiere di recioto e qualche castagna arrosto, un tuo caro familiare ti narrasse storie nate nella notte dei tempi, storie che gli sono state trasmesse da altre persone, “microstorie” reali o fantastiche che ti raccontano la vita delle persone, quelle vere, quelle che hanno vissuto realmente. E quindi “The Rich Irish Lady” ci parla di Pretty Sally e del suo Doctor innamorato, “Cruel Lincoln” è una delle ballate raccolte da Sir Francis Child (la numero 93), la tragica “Washed Ashore” ci parla di una donna sulla riva del mare che si innamora di un marinaio.

Insomma, mettetevi comodi, schiacciate PLAY e vi innamorerete subito di questo “Lobestar”.

Bentornata Shirley Collins! E grazie!

MILES DAVIS “The Bootleg Series volume 5: Freedom Jazz Dance”

MILES DAVIS  “The Bootleg Series volume 5: Freedom Jazz Dance”

MILES DAVIS  “The Bootleg Series volume 5: Freedom Jazz Dance”

COLUMBIA LEGACY 3 CD, 2016.

di Alessandro Nobis

Questo quinto volume della serie “Bootleg” pubblicata dalla Columbia Legacy non deve trarvi in inganno: si tratta non di nuove pubblicazioni ma di materiale già pubblicato nel 1998 dalla benemerita Mosaic Records in uno dei monumentali e succulenti cofanetti in vinile (10 LP in questo caso) – fuori catalogo da tempo – dedicati a Davis, ovvero “The Complete Studio recordings of the Miles Davis Quintet 1965 – June 1968” e contemporaneamente in un Box CD dalla stessa Columbia.190324922390

Detto questo, se non avete alcunchè nella vostra discoteca del dreamteam Carter – Davis – Hancock – Shorter e Williams (nemmeno “Miles Smiles”, per fare un esempio), questo triplo Cd dal prezzo accessibile fa per voi. Tre ore circa di registrazioni, di Alternate Takes, di indicazioni della voce Miles Davis verso i compagni che danno l’idea del work in progress di questo straordinario combo che in meno di quaranta mesi diede alle stampe dischi in studio come quello già citato, “E.S.P.”, “Sorcerer” e “Nefertiti”, oltre a fornire materiale per i seguenti “Miles in the Sky”, “Filles De Kilimanjaro”, “Water Babies” e “Circle in the Round” mentre dal vivo suonava brani del vecchio repertorio.

Come tutti gli appassionati di jazz sanno, siamo di fronte ad uno massimi livelli raggiunti dalla musica afroamericana in assoluto, musica che, come afferma il trombettista inglese Ian Carr nella sua biografia davisiana “servì a definire un’area di astrazione sonora a cui molti musicisti di jazz ancora si riferiscono”.

Per gioco segnalo “Footprints” di Eddie Harris, la shorteriana “Dolores” e “Country Son” dello stesso Davis nella quale la ritmica definisce parti e suono d’assieme.

E’ tutto oro che luccica, grasso che cola, cascata di diamanti, eccetera eccetera………fate un po’ voi.

 

 

 

FRANCO D’ANDREA “Trio Music vol. II”

FRANCO D’ANDREA “Trio Music vol. II”

FRANCO D’ANDREA “Trio Music volume II”

Parco della Musica Records CD, 2016. Distr.ne EGEA

di Alessandro Nobis

Nel maggio del 2015 il pianista Franco D’Andrea in compagnia del contrabbassista Aldo Mella e del batterista Zeno De Rossi tenne tre concerti in quel di Roma, e questo doppio compact ci riporta a quelle tre serate davvero intriganti e stimolanti per coloro i quali ebbero la fortuna di assistervi.

Si tratta di una selezione di diciannove tracce, la maggior parte delle quali composte dal pianista meranese mentre altre sono composizioni “in divenire” accreditate al trio presenti sul secondo dischetto.

A settantacinque anni uno potrebbe anche tirare i cosiddetti “remi in barca” e vivacchiare riproponendo “vecchie hits” del tempo passato o potrebbe anche ritirarsi dalle scene, ma la vena fertile dalla quale D’Andrea disco dopo disco continua per la nostra gioia a trarre musica nuova sembra inesauribile così come la qualità delle sue esibizioni dal vivo, siano esse in solitudine o con altri musicisti.

E così, dopo l’ottimo Volume Uno con Andrea Ayassot (sassofoni) e Dj Rocca (electronics) uscito nell’aprile di quest’anno, ecco il volume seguente con il classico trio con De Rossi e Mella. Che siano brani più strutturati o liberamente improvvisati, dal loro ascolto traspare comunque evidente la capacità di dialogo e la reciproca “provocazione” verso i compagni di viaggio che una volta trovata la chiave del brano trovano un suono d’insieme che raramente si ascolta nel jazz odierno (a mio avviso “Afro Abstraction”). E D’Andrea bene fa a fidarsi da tempo dei preparatissimi Zeno De Rossi e Aldo Mella, una ritmica che sia nei momenti “liberi” che “convenzionali” sa dare un contributo sostanziale alle idee del pianista con i quali costituisce un formidabile trio.

Non mi stancherò mai nel dire che Franco D’Andrea può essere considerato uno dei grandi del jazz mondiale, e sono convinto sia in grande credito da parte della stampa specializzata internazionale.

 

 

 

 

JIMI HENDRIX “Machine Gun”

JIMI HENDRIX “Machine Gun”

JIMI HENDRIX’ BAND OF GYPSYS “Machine Gun”

Sony CD, 2016.

di Alessandro Nobis

A dispetto delle critiche – alcune feroci – e del mancato riconoscimento da parte dello stesso Hendrix rispetto alla pubblicazione, nel 1970, di “Band of Gypsys” (“fosse stato per me, non l’avrei mai pubblicato”, così disse), l’attento ascolto del doppio CD stampato nel ’99 (“Live at the Fillmore East”) e di questo recentissimo “Machine Gun” non fa che confermare quanto Bill Graham ebbe a dire in quell’occasione: “non ho mai sentito della musica incredibile come questa. Questo trio ha un’energia pazzesca, ed il fatto che Buddy Miles sappia cantare, lascia tutto lo spazio ad Hendrix per concentrarsi sul suono e sui soli di chitarra”. Parole sante, Mr. Graham.unknown-1

Il disco del ’70 in effetti era una sorta di compilation dei quattro concerti del 31 dicembre e del 1 gennaio, mentre il doppio presentava gli shows del secondo giorno con tre brani di quello precedente (e contenuti in questa nuova pubblicazione) e questo CD uscito da poco raccoglie l’intera devastante esibizione di Hendrix, Cox e Miles delle 19:30 dell’ultimo dell’anno, l’ultimo festeggiato dal chitarrista di Seattle. La musica è più vicina al R’n’B, il repertorio – provato solamente nei giorni precedenti i concerti – comprende solo alcuni cavalli di battaglia hendrixiani come “Machine Gun”,  la tiratissima “Lover Man” o lo slow blues di ”Hear my train is coming”, ma ci sono anche una magnifica versione di “Bleeding Heart” e uno splendido solo in “Earth Blues” giusto per citare quello che più mi ha entusiasmato di questo “Machine Gun”.

Un trio, un progetto che all’epoca era appena germogliato ma che appassì troppo presto; una sezione ritmica che pare fosse la preferita dal divino Miles (Davis), con il quale pare Hendrix avesse avuto dei contatti piuttosto concreti. Settanta minuti che ancora oggi, dopo quasi cinquanta anni, entrano come lava bollente dalle orecchie al cervello e che, dopo cinquanta anni, appare ancora musica inarrivabile, quasi aliena.

Cercatele, e ascoltate queste registrazioni.

 

 

 

SUONI RIEMERSI: CALICANTO “De là de l’acqua”

SUONI RIEMERSI: CALICANTO “De là de l’acqua”

SUONI RIEMERSI: CALICANTO “De là de l’acqua”

AUTOPRODUZIONE, 1983. LP. Ristampa 2004. CD.

di alessandro nobis

Con una bellissima copertina con esaustive note esplicative, grande cura per l’impaginazione “a libretto” e per l’apparato iconografico, i padovani Calicanto nel 1983 presentano il loro LP d’esordio con il risultato delle loro ricerche musicologiche riguardanti la cultura popolare di area veneta. E se ancora oggi i Calicanto sono una delle più longeve realtà del folk revival italiano e sono conosciuti ed apprezzati anche all’estero, significa che il loro progetto, la loro idea di come lavorare sul patrimonio della musica popolare ha certamente centrato l’obiettivo considerando la corposa discografia e la qualità dei progetti paralleli come l’Orchestra Popolare delle Dolomiti.img_1640-1

Rispetto ai componenti originali presenti in queste registrazioni (Maria Cusinato alla voce, Roberto Tombesi alla voce, organetto e plettri, Massimo Fumagalli ai plettri e fiati, Giancarlo Tombesi al contrabbasso, Corrado Corradi alla concertina e plettri) nel corso dei decenni il gruppo ha saputo cambiare formazione (ricordiamo la tragica scomparsa del violinista Riccardo Sandini che entrò nel gruppo dopo la registrazione di questo LP) mantenendo la qualità della proposta in termini di rivalorizzazione del repertorio e di nuova composizione.

Questo “De là de l’acqua” è una rielaborazione di una testo veneziano curata da Sandro Zanotto e comprende canti narrativi, danze, villotte raccolti sia da portatori originali che da fonti scritte di area veneta: “I dodese mesi de l’ano”, il brano che dà il titolo al lavoro (una serie di villotte con musica di Giuseppe Forti), e la narrazione di “Ricardo e Germonda” sono i tre brani che al solito segnalo inseriti in questo lavoro che ritengo indispensabile, assieme a quelli del Canzoniere Veneto, del Nuovo Canzoniere Veronese e dei Folkamazurka per chi voglia avvicinarsi ad un patrimonio che di certo potrà riservare ancora sorprese a chi vorrà ricercare a fondo nei numerosi archivi storici.