SUONI RIEMERSI: I SUONATORI DELLE QUATTRO PROVINCE “Racconti a colori”

SUONI RIEMERSI: I SUONATORI DELLE QUATTRO PROVINCE “Racconti a colori”

SUONI RIEMERSI: I SUONATORI DELLE QUATTRO PROVINCE “Racconti a colori”

ROBI DROLI, 1993. CD.

di alessandro nobis

Di tutto l’imponente catalogo dell’etichetta piemontese Robi Droli – così importante nella diffusione della tradizione musicale italiana – il disco al quale più sono affezionato è “Racconti a colori” registrato nel ’93 da uno dei più innovativi ensemble del panorama dell’allora definito folk revival italiano, I Suonatori delle Quattro Province. Affezionato perché mi ha aperto una finestra su di un mondo musicale – quello della tradizione italiana – che fino a quel momento conoscevo in modo puntiforme oltrechè superficiale.

179432_134748646588158_1824848_nQuesta musica così ancestrale e così moderna – e miracolosamente ancora contestualizzata al ciclo della vita – viene geograficamente dalla zone chiamata appunto delle 4 province (Genova, Alessandria, Pavia e Piacenza) e culturalmente dalla tradizione orale trasmessa di generazione in generazione; qui i portatori sono Maddalena Buscaglia, Jacmo (Giacomo Sala), Gina Guglielmetti e Taramla (Andrea Domenichetti) che hanno “passato il testimone” nelle ottime mani di Franco Guglielmetti (fisarmonica), Stefano Valla (Piffero e canto) e Andrea Masotti (musa, chitarra) ai quali di aggiunge Roberto Sacchi con le sue tastiere  (“Rosso di Marte”) e la sua voce.

La carte vincenti – pur mantenendo un grande rispetto verso i dettami della tradizione – sono la scelta degli strumenti e la loro combinazione che aggiunta alle tastiere sempre efficaci e mai invasive riportano ai tempi attuali tutta questa messe di materiale raccolto dal “pifferaio magico” Stefano Valla che dopo lo scioglimento del gruppo non ha mai cessato di proseguire il suo lavoro di ricerca e di diffusione di questo repertorio fatto di canti, polche, manfrine, valzer e alessandrine.(https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/01/07/stefano-valla-e-daniele-scurati-per-dove-tu-passi/).

Musica bellissima, una delle perle del recupero della tradizione italiana. Riascoltato ancora una volta a ventitrè anni dalla sua pubblicazione mantiene tutta la sua freschezza: chissà se questo seme piantato dai Suonatori è germogliato da qualche altra parte………..fateci sapere, nell’eventualità.

 

 

CHRISTY MOORE “Lily”

CHRISTY MOORE “Lily”

CHRISTY MOORE “Lily” Sony Records, 2016

di Alessandro Nobis

Planxty. Moving Hearts. Christy Moore. Dal suo disco di esordio “Paddy on the Road”, targato 1969 e recentemente ristampato (https://ildiapasonblog.wordpress.com/2016/06/17/christy-moore-paddy-on-the-road/), Christy Moore ha tracciato un lungo e ben tracciato sentiero nella musica irlandese, e non solo. Studio profondo della tradizione attraverso fonti scritte ed orali, suo adattamento a forme più accattivanti e ricche dal punto di vista musicale, scrittura di nuova musica facendo spesso riferimento a persone ed avvenimenti a noi contemporanee, proprio quello che A.L. Lloyd definiva come “folk song”: “quando una canzone racconta una storia è una folk song”. Questo è da oltre quarantanni Christy Moore, sorta di faro eternamente illuminato per i cultori e praticanti della musica irlandese di tutto il mondo, un cantante e chitarrista sopraffino con i piedi ben piantati nella storia del suo Paese, antica e recente.unknown

Stavolta Chrisopher Andrew Moore della Contea di Kildare, in compagnia del compagno di mille concerti Declan Sinnott, di Maìrtin O’Connor e Cathal Hayden tra gli altri, ci regala dieci ballate scritte da altri autori che il “nostro” ha incontrato e conosciuto nei decenni e che adesso ha voluto omaggiare con queste sue delicatissime interpretazioni, spesso eseguite nei suoi recital.

Il brano d’apertura, “Mandolin Mountain” scritto da Tony Small, “The Gardener” di Paul Doran a “Lily” composta a quattro mani con Wally Page che racconta di una Newbridge oramai trasformata in un città dormitorio fino alla rispettosa rilettura di “Wallflower” di Peter Gabriel sono giusto tre titoli che mi piace citare. Quello che sempre mi sorprende della musica di Moore è la sua rara capacità di mantenere il suo purissimo stile disco dopo disco, concerto dopo concerto, uno stile semplice che mi conquista ogni volta: insomma è come ascoltare un vecchio amico che ti narra di persone e di luoghi. Proprio come un cantastorie.

Questo disco, è bellissimo. Non so ho reso l’idea.

 

 

BRUCE SPRINGSTEEN “Chapter and Verse”

BRUCE SPRINGSTEEN “Chapter and Verse”

BRUCE SPRINGSTEEN “Chapter and Verse”

Sony Records, 2016

di Alessandro Nobis

In concomitanza con la pubblicazione della sua autobiografia “Born to Run”, Bruce Springsteen pubblica questo “Chapter and verse”, antologia con cinque inediti risalenti ai suoi inizi. Onestamente trovo questa raccolta inutile, i brani scelti sono sì tra i migliori episodi della sua carriera ma i cinque inediti – tutt’altro che memorabili – non bastano a giustificare questa uscita discografica. I “Boss heads” conoscevano già questo repertorio “inedito” da parecchio (praticamente sterminata la quantità di materiale reperibile su pubblicazioni ufficiali, sul web e su bootleg), ed il resto del CD non aggiunge niente a quanto già si conosce di Springsteen; “Chapter and Verse” andrà certamente a rimpinguare ulteriormente il conto corrente del musicista e della casa discografica ma lascia l’amaro in bocca soprattutto – ma questa accade quasi sempre quando si parla di antologie – per la decontestualizzazione di brani originariamente pensati all’interno di un percorso ben studiato (“The River” per fare un esempio).

Se volete avvicinarvi alla musica di Bruce Springsteen meglio orientarsi sul già citato doppio album capolavoro, su “Nebraska” o “The Ghost of Tom Joad”; se tre sono troppi, il primo può bastare per ascoltare la musica e le inquietudini americane cantate da questo grande autore.

Questa, come le altre antologie, lasciatele stare.