DALLA PICCIONAIA: Diego Alverà racconta Walter Bonatti

di Alessandro Nobis

Da sempre il patrimonio culturale si è trasmesso – orizzontalmente e verticalmente – esclusivamente per via orale: dapprima tecniche per la sopravvivenza, poi ricordi, storie fantastiche o reali, racconti epici e fiabeschi e del sovrannaturale, canti narrativi, filastrocche e ninne nanne. Anche dopo l’avvento della stampa le classi meno abbienti – per lo più costituite da analfabeti – apprendevano da altre persone le storie ed anche gli avvenimenti storici e le cronache dai suonatori e dai cantastorie ambulanti che giravano di contrada in contrada.

La cultura popolare ha così viaggiato nel tempo e nello spazio – ed ancora oggi viaggia in certi contesti – ed il “raccontare storie”, lo “storytelling” come lo chiamano gli anglofoni, si è trasformato ed evoluto grazie alla tecnologia. Quello che un tempo erano le rappresentazioni grafiche che illustravano i vari racconti oggi sono immagini proiettate su uno schermo da un computer portatile; quello che un tempo erano i cantastorie girovaghi che si spostavano a dorso d’asino o con un carretto nelle fiere di paese oggi sono gli “storyteller”. Come Diego Alverà, che alla Coopera di Arbizzano – una piccola frazione che può essere considerata la porta della Valpolicella veronese – ha raccontato splendidamente le imprese, anzi “L’IMPRESA”, del bergamasco Walter Bonatti, classe 1930 (esploratore?, scalatore? reporter? giornalista?), attraverso il suo punto più triste suo malgrado, ovvero la sua avventura sul K2 quando venne ingiustamente accusato di non avere raggiunto Lino Lacedelli e Achille Compagnoni per rifornirli di bombole di ossigeno nella spedizione guidata e pensata da Ardito Desio (1954), e quello che lo ha proiettato nella leggenda, ovvero i travagliatissimi sei giorni all’assalto ed alla conquista in solitaria dell’impossibile parete del Petit Dru (1955), sul massiccio del Mont Blanc. Perseveranza fuori misura, perché l’alpinista bergamasco “Volle, volle, fortissimamente volle” arrivare là in cima, da quando da ragazzo vide quella montagna su di una copertina della Domenica Del Corriere disegnata da Walter Molino. Scalata che fu davvero un evento epico tanto più che l’erosione, anni dopo, fece crollare “quel” pilone che nessuno più riuscì a scalare.

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Un racconto serrato quello preparato da Alverà, un testo avvincente e puntuale nei riferimenti storici scritto con passione ed accortezza, una lettura fluida e convincente che ha saputo catturare la completa attenzione del folto pubblico. Un segno, questo, che dà la misura di quanto ci sia ancora la richiesta, ci sia ancora la voglia “atavica” di ascoltare e magari di riportare a casa – o a scuola – quando sentito. Una storia che gli appassionati di montagna già conoscevano ma che nelle parole del narratore si è rinnovata e materializzata ancora una volta. E’ questa la magia della cultura orale.

Nella prossima fermata delle quattro previste, organizzate bravamente dall’Agenzia di Comunicazione Pensiero Visibile, Diego Alverà ci racconterà di Niki Lauda e del Drake Enzo Ferrari ed in particolare del GP del Giappone 1976 quando il pilota austriaco ………………….. ci si vede il 16 ottobre. Alla Coopera di Arbizzano.

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