DALLA PICCIONAIA: “Verona Jazz 2016”

DALLA PICCIONAIA: “Verona Jazz 2016”

DALLA PICCIONAIA “VERONA JAZZ 2016”

di Alessandro Nobis

Si apre domani sera al Teatro Romano di Verona l’ennesima edizione di Verona Jazz, Festival nato negli anni Settanta e culminato in alcune memorabili edizioni negli anni Ottanta, quando godeva credibilità a livello internazionale ed apriva la grande stagione dei Festival Jazz italiani, ma che da alcuni anni fatica a rimanere al passo non solo dei tempi ma anche di similari festival che si tengono in locations meno prestigiose.

Certo, l’epoca d’oro dei finanziamenti pubblici e privati è terminata da un bel pezzo, i grandi padri del jazz se ne sono andati quasi tutti, i tempi di quando organizzatori di altri Festival venivano a curiosare e volantinare a Verona Jazz sono finiti, il Jazz – come ebbe a dire l’ultimo Assessore alla Cultura cinque anni fa “non è una priorità del Comune” – ed infine la figura del direttore artistico non è più contemplata, ma quello che a mio avviso più manca da anni a Verona Jazz, è la passione, la conoscenza, la curiosità e l’amore per quello che è senza alcuna ombra di dubbio è stato il più importante fenomeno musicale del Ventesimo Secolo.

Ma soprattutto salta agli occhi mancanza di volontà politica di questi amministratori di dare un significativo seguito al Festival.

Non sono un esperto della musica afro-americana e tantomeno un musicista, ma alcune riflessioni ci tengo a farle avendo vissuto quasi in prima persona parecchie edizioni del Festival ed avendovi respirato la fresca aria della creatività e delle relazioni umane tra musicisti, organizzatori, tecnici e quanti ruotavano attorno al Festival.

Ci tengo moltissimo poi a sottolineare poi come il festival sia oggi del tutto staccato dal resto della città, non occupando più alcuni tra i più significati spazi architettonici che Verona offre capaci di ospitare come in passato anche iniziative collaterali: si dovrebbe lasciare il giusto spazio alle etichette discografiche più significative del panorama italiano o perché no europeo, e dare giusta visibilità ai jazzisti locali. Delle correnti d’avanguardia poi non voglio parlare, sono assenti da Verona Jazz da decenni, eppure sono state e sono tuttora fonte di ispirazione per moltissimi jazzisti, anche per quelli più legati al mainstream.

Insomma, immagino che sia comprensibilmente più agevole proporre qualche serata al Teatro Romano rivolgendosi ai soliti circuiti piuttosto che cercare di allestire eventi significativi che possano rendere più appetibile il festival nel suo insieme, coinvolgendo come detto la città. Le due cose non sono incompatibili, è solo questione di passione e conoscenza e come detto di sensibilità della classe politica che ci amministra da nove anni; si potrebbe approfittare di budget bassi per proporre piccoli eventi ma di qualità senza tralasciare comunque lo spazio del Romano. Un modo per ripartire da un ipotetico “anno zero” e riportare Verona Jazz ad avere lo spazio che merita. Fare insomma di necessità virtù, come dice un vecchio adagio.

Se siete arrivati sin qui nella lettura, vi sarete accorti che non ho fatto né nomi e nemmeno cognomi, nel bene e nel male: non lo ritengo utile, se volete informazioni dettagliate, cercatele su Internet.

Con grande rispetto per i musicisti che quest’anno saranno al Romano, naturalmente.

Verona Jazz va a mio avviso rifondata, senza se e senza ma. La città lo merita.

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