GRAHAM BOND “Live at BBC and other stories”

GRAHAM BOND “Live at BBC and other stories”

GRAHAM BOND

“Live at BBC And Other Stories 1962 – 1972”

Repertoire, 2015. Box 4CD

di Alessandro Nobis

Dick Heckstall-Smith, John McLaughlin, Ginger Baker, John Hiseman, Jack Bruce: quale è il loro denominatore comune? Il suo nome è Bond, Graham Bond.

gbo 1Classe 1937 di Romford, a nord est di Londra. Dotatissimo organista (hammondista dal grand senso del groove e dello swing), e “Direttore” della Graham Bond Organ-isation, gruppo che con la Blues Incorporated di Alexis Korner agli albori degli anni sessanta dettava ritmi e sonorità alla “nuova” musica inglese intrisa di rhythm and blues, di jazz e di blues proveniente da oltreoceano. I suoi adepti più conosciuti erano quelli citati in apertura, che qualche anno dopo daranno vita a gruppi come The Cream e Colosseum o risponderanno “presente” alla convocazione del divino Miles.

E “benedetta sia la Repertoire” per avere riportato e ripulito – per quanto possibile – queste registrazioni che arricchiscono il povero parco di registrazioni ufficiali della GBO (“The sound of GBO e “There’a a Bond between us” entrambi del 1965 e il doppio “Solid Bond” pubblicato nel 1970 ma contenente registrazioni precedenti). Se vogliamo capire quale sia stata l’evoluzione della musica rock inglese dobbiamo ritornare a questi anni, quando nei piccoli locali e teatri londinesi (come il “Paris Cinema”) giovani e dotatissimi musicisti sperimentavano nuove vie partendo dalle radici americane. Qui trovate una versione di “Walking in the park” incisa poi e proposta dal vivo dai Colosseum di Dave Greenslade, lo spiritual “Wade in the water” del 1963 con McLaughlin – Bruce – Baker e la voce di Bobby Brown, improvvisazioni tra Heckstall-Smith e Graham Bond, “Things are getting better” di Cannonball Adderley suonata dal quintetto di Don Rendell (con tra gli altri Heckstall – Smith e Bond) e altre quattro succose ore di ottima musica: un box direi seminale per quanti abbiano seguito e seguano il fiume del British Blues.

EMANUELE MANISCALCO meets SANDRO GIBELLINI

EMANUELE MANISCALCO meets SANDRO GIBELLINI

“Emanuele Maniscalco meets Sandro Gibellini”

Ritmo&Blu Records, 2016

di Alessandro Nobis

Mi sto chiedendo, adesso, mentre scrivo, quanti siano i dischi di jazz che vedano coinvolti solamente il pianoforte e la chitarra. Senza chiedere “aiutini informatici” mi vengono in mente i celestiali “Undercurrent” e “Intermodulation” della premiata ditta Hall – Evans ed in ambito italiano l’ottimo live “Percorsi” di Lanfranco Malaguti e Umberto Petrin. Non ricordo altro.

Ah si, anche questo “Meets”, ovvero una splendida collaborazione del chitarrista Sandro Gibellini e del pianista Emanuele Maniscalco. Un bel disco ribadisco, posso dire “nato” grazie al crowfunding che ha consentito finalmente a Gibellini di rifarsi “vivo”, discograficamente parlando intendo, perché la sua attività live è meritatamente più intensa.

I due si incontrano negli ampi territori del mainstream d’alta scuola, con quattro brevi puntate in quelli più insidiosi dell’improvvisazione (“Detune ahead”, “Be no means”, “Almost Easter” e ”Coffee with bread”). Piatto forte sono comunque le rivisitazioni dei grandi autori del jazz (il Charlie Parker di “Passport”, la bellissima ed introspettiva “Blue Midnight” di Paul Motian o la coppia Mercer / Kern di “I’m old fashioned “ che apre il disco) e, voglio sottolinearlo, le composizioni originali di Sandro Gibellini “Relaxin’ at Alisei” e “Feliz”.

Interplay di gran classe ed intelligente scelta del repertorio, un altro esempio di come si sia sviluppato il jazz italiano anche in ambito mainstream. La linea tracciata da Salvatore Massaro che passa attraverso Wes Montgomery, Tal Farlow, Jim Hall ed anche, perché no, da Franco Cerri, è quella che prosegue in Sandro Gibellini, ed anche il pianismo di Emanuele Maniscalco è fortemente intriso da quello dei grandi padri che hanno fatto la storia della musica afroamericana.

Siedetevi in poltrona, rilassatevi e ossigenate il cervello. Poi procuratevi il disco.

DALLA PICCIONAIA: Balen & Xabier Lopez De Munain

DALLA PICCIONAIA: Balen & Xabier Lopez De Munain

RADIO POPOLARE VERONA, Sabato 21 febbraio 2016

di Alessandro Nobis

La prima serata di IL DIAPASON LIVE!, che sì è tenuta sabato 21 febbraio, ha visto come protagonista la viola da braccio, nelle mani prima di Xabier Lopez De Munain e poi di Roberta Stanco. Due storie musicali diverse, due generi diversi, due accompagnatori diversi. Del secondo vi parlerò in un’altra occasione (era l’algerino Hamza Laoubadia Sellami), mentre il primo era l’esperto chitarrista compositore di Bilbao Balen Lopez De Munain. Per l’occasione suonava con il figlio Xabier – penso fosse l’esordio del duo -, presentando nel breve set brani della tradizione dei Paesi Baschi rivisitata con la consueta intelligenza e bravura; anche se Xabier è musicista molto giovane ma già “formato” mi è parso assecondare nel migliore dei modi il sofisticato ed articolato chitarrismo di Balen Lopez De Munain, che secondo il mio modesto parere mostra tutta la sua raffinatezza stilistica soprattutto quando si esibisce assieme ad uno strumento ad arco (viola, violoncello o contrabbasso che sia). Tra i brani quoto “L’usignolo”, melodia composta da Padre Donostia ai primi del ‘900 con la voce cantata sostituita dal suono della viola da braccio.

Breve set che ha lasciato l’acquolina in bocca ai presenti. Quindi personalmente auguro un luminoso futuro al duo nella speranza di risentirlo in un intero concerto.

DALLA PICCIONAIA: Teo Ederle, Mauro Dal Fior & Roberto Zorzi

DALLA PICCIONAIA: Teo Ederle, Mauro Dal Fior & Roberto Zorzi

RADIO POPOLARE VERONA, sabato 21 FEBBRAIO 2016

di Alessandro Nobis

L’occasione era doppiamente ghiotta: ascoltare della musica improvvisata ed il reading di “Urlo” – composizione cardine della letteratura americana del ‘900 – rendendo così omaggio al suo autore Allen Ginsberg ed al movimento della Beat Generation (quella con la “B” maiuscola).

TRIO 02Il tutto grazie alla performance del trio formato dal chitarrista Roberto Zorzi, dal bassista Teo Ederle e dal poetattore Mauro Dal Fior; erano veramente anni che a Verona non si ascoltava un set di musica improvvisata di matrice europea (non parliamo poi delle grandi scuole afroamericane, bandite da moltissimo tempo oramai dal nostro “Festival Jazz”), ed è veramente un peccato. L’improvvisazione musicale può piacere o non piacere, ma, lo sappiamo bene, le avanguardie nel nostro Paese non sono mai state così poco apprezzate nè tantomeno promosse come negli ultimi tempi, meglio andare sicuri con proposte più tranquille e meno di nicchia.

Un vero peccato, perché la performance del trio è piaciuta molto al pubblico, con le schegge di Skip James, l’interplay raffinato di Ederle – Zorzi intriso da un sapiente uso dell’elettronica, i frammenti in solo della chitarra “effettata”, la voce – anche qui arricchita da estemporanee impro – di Dal Fior che ha fatto degnamente rivivere l’epopea della Beat Generation.

Improvvisamente l’improvvisazione.

EMERSON, LAKE & PALMER “EL&P

EMERSON, LAKE & PALMER “EL&P

EMERSON, LAKE & PALMER

“EL&P” – Island Records, 1970

di Alessandro Nobis

Una volta sciolti The Nice, con i quali aveva sperimentato tutto quello che poteva sperimentare con l’Hammond e con l’esplorazione rock della musica classica, il pianista inglese Keith Emerson trova nuove energie ed idee iniziando a collaborare con il bassista-cantante Greg Lake (indimenticato vocalist alla corte della prima line up del Re Cremisi) ed il batterista Carl Palmer, al quale il sound degli Atomic Rooster andava troppo stretto. Ecco così formato il primo supergruppo del rock cosiddetto progressivo (così fu subito battezzato dai soloni della carta stampata sempre in cerca di etichette), una formazione in trio che ha fatto la storia del jazz ma inedita in ambito rock.

Prima folgorante uscita pubblica al Festival dell’isola di Wight e pubblicazione nel maggio del 1970 del primo omonimo LP per l’etichetta inglese Island Records (etichetta rosa con la “i” bianca), pubblicato in USA da Ehmet Ertegun, uno che la “sapeva lunga” in fatto di musica.el&p E’ il disco dal quale emerge tutto il gran talento pianistico di Keith Emerson, influenzato sia dalla musica barocca che da quella del ‘900 come dal jazz, ma in grado di elaborare – con Greg Lake – composizioni di largo respiro che saranno il marchio di fabbrica del trio. Il disco è un bellissimo esordio, che nel lavoro di restauro di Steven Wilson fatto nel 2012 emerge ancor più in tutto il suo fascino. Il pianoforte è il protagonista – ancora non sovrastato dal gigantesco Moog -, il suono è straordinariamente equilibrato (siamo nel 1970, i tre sono dei ragazzi poco più che ventenni), mai ridondante ed assolutamente originale. “Lachesis” per piano solo, l’eterea e quasi crimsoniana “Take a pebble”, la famosissima “Lucky man” che chiude la seconda facciata sono i brani che secondo me hanno identificano e identificano al meglio la musica di EL&P. Poi ci saranno l’intrigante suite di Tarkus, la rivisitazione dei Quadri di un’esposizione di Mussorgsky, qualche bel frammento di Trilogy e di Brian Salad Surgery ed infine il tour economicamente fallimentare con un orchestra sinfonica.

Un disco che ascolto ancora volentieri come ai tempi della sua pubblicazione.

 

di Alessandro Nobis

RAN BLAKE “Chabrol Noir”

RAN BLAKE “Chabrol Noir”

RAN BLAKE

“Chabrol Noir”, Impulse, 2015

di Alessandro Nobis

Ho conosciuto la musica di Ran Blake con il suo bellissimo disco “Improvisation” inciso con Jaky Byard e prodotto dall’etichetta milanese Soul Note di Giovanni Bonandrini nel 1981. Mi era piaciuto soprattutto il contrasto tra i due stili pianistici, così tanto immerso nella tradizione afroamericana quello di Byard quanto ne era lontano quello di Blake, più vicino a certi compositori del Novecento tanto da essere considerato un esponente di spicco di quella corrente chiamata da Gunther Schuller “Third Stream” equidistante dal jazz e dalla tradizione classica, appunto.BLAKE BYARD
E quindi dopo tutti questi anni ho ascoltato questo suo “Chabrol Noir”, registrato nel 2012 ma pubblicato dalla storica etichetta Impulse! solo l’anno scorso.

Come si evince dal titolo, si tratta di scritture dedicate al registra francese Claude Chabrol, principale esponente del cinema Novelle Vague d’oltralpe, ed ai suoi due collaboratori più stretti, il direttore della fotografia Jean Rabier ed il compositore Pierre Jansen, composizioni che contengono anche frammenti di colonne sonore di tre episodi della filmografia di Chabrol (Les Bonnes Femmes”, “Le Boucher” e “La rupture”): nel complesso undici brani originali e, tra gli altri, una rilettura di Max Roach (“Garvey’s Ghost) e di Brahms (“Viern Ernste Gesange”), quasi a sigillare l’appartenenza di Ran Blake alla cosiddetta “terza corrente”. Brani eseguiti in solo, qualcuno in duo con l’illuminante sax di Ricky Ford (che esegue anche un brano in solitudine, “Nada”) ed uno co la voce di Dominique Eade (“I’m going to see my son”).

Introspettivo, elegante, sontuoso.

Grazie di essere ritornato sul mio giradischi, Mr. Ran Blake!

PEO ALFONSI “Itaca”

PEO ALFONSI “Itaca”

PEO ALFONSI

“Itaca” EGEA Records, 2010 – Pubblicato su Folk Bulletin, 2010

di Alessandro Nobis

E’ stato pubblicato ai primi di febbraio e si pone già come uno dei migliori dischi di questo 2010. E’ “Itaca”, la nuova fatica del compositore – chitarrista sardo Peo Alfonsi, raffinato strumentista che per l’occasione ha “convocato” in studio un nugolo di musicisti di grande valore come il trombettista Kyle Gregory, il clarinettista Gabrilele Mirabassi, il contrabbassista – violoncellista Salvatore Maiore ed il percussionista Antonio Mambelli.

Sebbene i suoi compagni di viaggio siano frequentatori soprattutto dell’universo jazzistico, nelle undici composizioni di Alfonsi dimostrano di essere perfettamente a loro agio, regalando anche momenti nei quali viene facile riconoscere lo stilema della musica afroamericana: gli assoli, l’interplay, le sfumature e le coloriture che danno un valore aggiunto alle partiture del chitarrista sardo.

In questa musica c’è l’amore per il sudamerica, c’è certamente il jazz, ci sono le atmosfere ed i profumi della sua terra di origine e c’è soprattutto il gusto di elaborare qualcosa di originale. “Gismontiana” ad esempio, ispirata e dedicata al grande Egberto Gismonti con il clarinetto, il flicorno ed il violoncello che si rincorrono ripetendo il tema, “Femme fetal” nel quale è evidente già nell’incipit quanto lo stile di Ralph Towner sia stato importante nella formazione di Alfonsi, o ancora “Wis for Wheel”, dedicata a Kenny Wheeler e quindi con in evidenza il flicorno di Kyle Gregory.

Ma a nostro parere sono “Samovar”, una bellissima ballad eseguita in “solo”, “Naele” in duo con Mirabassi e “Le mille una note” che ci danno la cifra stilistica di Peo Alfonsi da Cagliari, che a nostro avviso ha pienamente assorbito e personalmente rielaborato la lezione di coloro che preferiscono la cura della melodia e dell’aspetto compositivo all’esibizione puramente tecnica: i già citati Gismonti e Towner, ma ci sembra anche Guinga e Marco Pereira. E se uno come Al Di Meola ha scelto l’intelligenza e la bravura di Peo Alfonsi per il suo quartetto acustico, ci sarà pure una ragione……