EMERSON, LAKE & PALMER “EL&P

EMERSON, LAKE & PALMER “EL&P

EMERSON, LAKE & PALMER

“EL&P” – Island Records, 1970

di Alessandro Nobis

Una volta sciolti The Nice, con i quali aveva sperimentato tutto quello che poteva sperimentare con l’Hammond e con l’esplorazione rock della musica classica, il pianista inglese Keith Emerson trova nuove energie ed idee iniziando a collaborare con il bassista-cantante Greg Lake (indimenticato vocalist alla corte della prima line up del Re Cremisi) ed il batterista Carl Palmer, al quale il sound degli Atomic Rooster andava troppo stretto. Ecco così formato il primo supergruppo del rock cosiddetto progressivo (così fu subito battezzato dai soloni della carta stampata sempre in cerca di etichette), una formazione in trio che ha fatto la storia del jazz ma inedita in ambito rock.

Prima folgorante uscita pubblica al Festival dell’isola di Wight e pubblicazione nel maggio del 1970 del primo omonimo LP per l’etichetta inglese Island Records (etichetta rosa con la “i” bianca), pubblicato in USA da Ehmet Ertegun, uno che la “sapeva lunga” in fatto di musica.el&p E’ il disco dal quale emerge tutto il gran talento pianistico di Keith Emerson, influenzato sia dalla musica barocca che da quella del ‘900 come dal jazz, ma in grado di elaborare – con Greg Lake – composizioni di largo respiro che saranno il marchio di fabbrica del trio. Il disco è un bellissimo esordio, che nel lavoro di restauro di Steven Wilson fatto nel 2012 emerge ancor più in tutto il suo fascino. Il pianoforte è il protagonista – ancora non sovrastato dal gigantesco Moog -, il suono è straordinariamente equilibrato (siamo nel 1970, i tre sono dei ragazzi poco più che ventenni), mai ridondante ed assolutamente originale. “Lachesis” per piano solo, l’eterea e quasi crimsoniana “Take a pebble”, la famosissima “Lucky man” che chiude la seconda facciata sono i brani che secondo me hanno identificano e identificano al meglio la musica di EL&P. Poi ci saranno l’intrigante suite di Tarkus, la rivisitazione dei Quadri di un’esposizione di Mussorgsky, qualche bel frammento di Trilogy e di Brian Salad Surgery ed infine il tour economicamente fallimentare con un orchestra sinfonica.

Un disco che ascolto ancora volentieri come ai tempi della sua pubblicazione.

 

di Alessandro Nobis