ELVA LUTZA & RENAT SETTE

“Amada” – AUTOPRODUZIONE, 2014 – pubblicato su Folk Bulletin, 2014

di Alessandro Nobis

Affronto l’ascolto di questo “Amada” non sapendo nulla né di Renat Sette e nemmeno di Elva Lutza. Imparo dalle brevi note di copertina che Renat Sette è un cantante provenzale e che Elva Lutza è un duo sardo, composto dal trombettista cantante Nico Casu e dal chitarrista Gianluca Dessì.

Inizio l’ascolto di questo “Amada”. Il progetto è interessante, molto interessante, la formula dell’incontro di persone e di culture apparentemente lontane non è naturalmente nuovo, ma qui funziona direi egregiamente: il repertorio – e non può essere altrimenti – si muove tra la Provenza e la Sardegna e non è così difficile individuare l’origine dei brani, vuoi per i ritmi vuoi per la voce cantata. E poi c’è l’intrigante abbinamento degli strumenti – plettri e tromba – con inoltre la presenza mai invadente, ma intelligente e sempre puntuale dell’elettronica, che rende il tutto molto affascinante ed assolutamente equilibrato.

Sento in “Loison” l’eco di quel disco capolavoro di trentanni fa che fu “Veranda” della premiata ditta Tesi – Vaillant (un disco che ha lasciato il segno), in “Maire Nostra” mi gusto l’austero omaggio all’indimenticata Maria Carta e la tradizione chitarristica e vocale sarda in “Amada Giuventude”; navigo attraverso l’alto Tirreno ed eccomi sul “Pont de Mirabeu” con l’omonimo canto narrativo eseguito a cappella da Renat Sette ed Ester Formosa con la tromba di Nico Casu, gli splendidi canti provenzali “Lo Promerenc Principi” con un arrangiamento davvero efficace arricchito ancora da un solo di Casu ed il suggestivo brano d’apertura “Bèla Calha”, che fa subito comprendere la cifra artistica di questo splendido “Amada”.

Mi è piaciuto. Parecchio. E’ un disco che ti sorprende per l’atmosfera che ti pervade durante l’ascolto. Certo, note di copertina più esaustive – non so, l’origine dei brani, il significato dei testi – mi avrebbero aiutato nell’apprezzare maggiormente questo bel lavoro.

Ma forse anche no, va bene così. Scoprire un po’ alla volta il sentiero che ti conduce alla fine del disco può essere piacevole. E intrigante.

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