ACCADEMIA MANDOLINISTICA PUGLIESE

ACCADEMIA MANDOLINISTICA PUGLIESE

ACCADEMIA MANDOLINISTICA PUGLIESE

“I suoni del barbiere: mandolini e mandolinisti nella Puglia del primo ‘900”

Digressione Contemplativa, 2CD, 2011

PUBBLICATO SU FOLK BULLETIN, 2012

Direbbe Frau Merkel: “Italiani? Spaghetti, Pizza e Mandolino”. Niente di meglio aggiungiamo noi: sui primi due tutti d’accordo, sul terzo, prima di esprimere un parere, bisogna ascoltare questo magnifico doppio CD giunto nelle nostre mani un poco in ritardo, ma del quale dobbiamo assolutamente parlare. Intanto per l’interessante, lucido ed esaustivo saggio scritto da Fedele Depalma, che ci regala una fotografia della Puglia dei primi del ‘900, della vita sociale attorno alle botteghe dei barbieri ed ai circoli mandolinistici nei quali venivano suonate sì le arie di danza ma anche arrangiamenti di brani operistici. Una caratteristica questa comune anche ad altre zone d’Italia se è vero che a Verona, da dove vi scriviamo, erano presenti circoli mandolinistici e dove, almeno nell’Osteria di Via Duomo, una sera alla settimana fino a pochi anni or sono vi si riuniva un quartetto di suonatori.

Arie d’opera si diceva, ed il primo dei due CD è dedicato appunto a questo repertorio: Verdi, Mozart, Rossini e Mascagni tra gli altri. Una cavalcata sfrenata in questo sterminato repertorio, reso affascinante dai musicisti dell’Accademia che ci riporta ai primi decenni del Novecento quando nei piccoli centri rurali – ripeto non solo pugliesi – era possibile avvicinarsi alla musica operistica solamente ascoltando le trascrizioni per mandolini e chitarra, o per fisarmonica oppure per pianoforte, per chi se lo poteva permettere.

Il secondo CD “Serenate e ballabili”, un titolo che descrive da solo il repertorio incluso: barcarole, polke, schottische, valzer, mazurche che si ballavano, o semplicemente si ascoltavano, nelle botteghe, nelle feste paesane, nelle osterie, negli angoli ombrosi nelle calde estati, vicino a “serenate”, eseguite “su richiesta” nei vicoli e nelle viuzze dei centri abitati dagli stessi barbieri mandolinisti.

L’Accademia Mandolinistica Pugliese (Valerio Fusillo, Sergio Vacca, Fedele Depalma, Antonio Barracchia, Leonardo Lospalluti, Simona Armenise ed Antonio Di Lorenzo) si rivela un fiore all’occhiello della musica acustica italiana, per noi – e speriamo anche voi – una sorpresa graditissima che, ne sono certo, farebbe felice anche l’istrionico David Grisman.

Spaghetti, Pizza e Mandolino, altro che!

SUONI RIEMERSI: MATT MOLLOY “Stony Steps”

SUONI RIEMERSI: MATT MOLLOY “Stony Steps”

MATT MOLLOY

“Stony Steps” – Claddagh records, 1988

PUBBLICATO SU FOLK BULLETIN cartaceo, settembre/ottobre 1988

“Sono nato a Ballaghaderren, nella Contea di Roscommon, ed ho imparato a suonare il flauto da mio padre Jim, che proviene dalla Contea di Sligo. Anche lui era un flautista, come del resto mio zio Matt. A loro volta anche loro impararono lo strumento da loro padre, e così via, all’indietro nel tempo”. In queste poche parole autobiografiche di Matt Molloy, è racchiusa non solo la sua storia di musicista, ma tutta l’essenza della musica tradizionale, tramandata di generazione in generazione e giunta fino a noi. L’Irlanda è sicuramente in Europa una delle poche isole felici dove questa trasmissione di cultura non si è ancora interrotta, anzi. Lo studio della tradizione, e non solo di quella musicale, sta generando nuovi interessi, soprattutto tra i giovani, i quali, dopo aver assimilato gli antichi idiomi, li adattano ai linguaggi musicali moderni più vicini al loro modo di essere irlandesi (un caso per tutti, i Pogues). Ma torniamo a Matt Molloy: questo “Stony Steps” è il quarto album solista di colui che oggi rappresenta certamente il meglio della tradizione del flauto irlandese. Molloy ha infatti militato nei più importanti gruppi del movimento folk quali la Bothy Band, i Planxty e a tutt’oggi è un componente dei celeberrimi Chieftains, custodi della tradizione celtica. La produzione è affidata a Donal Lunny, autore di alcune delle più significative produzioni degli ultimi anni (Christy Moore, Liam O’Flynn, Moving Hearts) ed anche arrangiatore e musicista (suona in Stony Steps il bozouky e le tastiere); i brani sono tutte danze – jigs, reels, slip jigs, air – davvero splendide per esecuzione e per i raffinati arrangiamenti. Molloy si è circondato di ottimi musicisti, in grado di dare un apporto personale all’interpretazione dei brani eseguiti. Oltre al già citato Lunny è presente il chitarrista Arty McGlynn (Patrick Street) con il quale fornisce la base ritmica al flauto di Matt Molloy. Ospiti sono “gli amici di sempre” e cioè Kevin Burke (già con Molloy nella Bothy Band), Sean keane (dei Chieftains) e James Kelly (tutti violinisti) ed i tastierista Michael O’Sullivan. Difficile segnalare i brani più significativi: a nostro parere comunque indichiamo l’aria “O’Rathaille’s Grave” – dedicata al poeta Aodghan O’Rathaille, deceduto nel 1725 – e l’iniziale medley “McFadden Favourite, Sean McGuire’s, Jackson’ Favourite nel quale emergono maggiormente la chitarra di McGlynn ed i bozouky di Lunny. In conclusione, un grand bel disco, del quale dovete immediatamente mettervi alla caccia, che ahimè, prevedo lunga e difficile; non vi sarà facile trovarlo ma, come si dice il gioco vale la candela. Disponibile (incredibile ma vero) anche in CD.

JERRY GARCIA “OLD & IN THE WAY”

JERRY GARCIA “OLD & IN THE WAY”

OLD & IN THE WAY

“Live at the Boarding House – The complete shows” – ACOUSTIC OASIS RECORDS, 2014

“Live at the Record Plant Sausalito, California”. CLONDIKE RECORDS, 2014

PUBBLICATO SU FOLK BULLETIN, 2014

Pubblicati a pochi mesi di distanza uno dall’altro, questi due CD (a dire il vero il primo è un cofanetto di 4 CD) sono la testimonianza di quanto sia stata importante nel panorama della musica definita “americana” questa band, un autentico “Dream Team” del folk e bluegrass da loro stessi definito “progressivo”; cioè lontano mille anni luce da quello più ortodosso della stragrande maggioranza praticato dai musicisti nordamericani. Abbiamo quindi Peter Rowan alla chitarra, David Grisman al mandolino, John Kahn al contrabbasso, Vassar Clements al violino e Jerry Garcia al banjo e voce: a tutto diritto un quintetto di valore eccezionale non solo sulla carta ma anche nella realtà. Un quintetto che, come ebbe a dirmi lo stesso Peter Rowan in occasione di un suo concerto veronese di parecchi anni fa, “era malvisto e maldigerito dai musicisti ortodossi”, non solo per la capacità di improvvisare durante l’esecuzione dei brani, ma anche e forse soprattutto per il loro aspetto: capelli lunghi, camicioni a quadri, jeans sdruciti, eccetera eccetera. Tanto erano malvisti da questi tanto erano amati, anzi adorati, da tutti gli altri, dai Deadheads agli amanti della musica, della grande musica tout court ed anche in Europa erano considerati un gruppo di culto.

“Live at the Boarding House” contiene i due concerti nella loro interezza del 1 e dell’8 ottobre 1973 – parzialmente editi anche qualche anno fa -, mentre il secondo quello del 21 aprile dello stesso anno trasmesso dalla stazione FM KSAN. Musica di grande valore e significato – per quello che rappresentato per i giovani musicisti tradzionali americani -, tra qualche standard come “Muleskinner blues” e “Orange blossom special”, strumentali mozzafiato come “Jerry’s Breakdown”, e numerosi classici come una bella quanto inaspettata versione di “The great Pretender” (sì, proprio quella dei Platters) e l’immancabile “Land Of the Navajo”, cavallo di battaglia di Peter Rowan e “Panama Red” di Garcia, già registrata dal gruppo New Riders Of The Purple Sage del quale il chitarrista – banjoista californiano fece parte all’inizio. Per ciò che riguarda la qualità delle registrazioni, superlativa la prima, molto buona quella del concerto di Sausalito, comunque raccomandati entrambi.

FINTAN VALLELY “Companion to Irish Traditional Music”

FINTAN VALLELY “Companion to Irish Traditional Music”

FINTAN VALLELY

“Companion to Irish Traditional Music” Cork University Press, 2^ Ed.ne 2011. Pagine 832

Pubblicato alla fine del 2011 ma passato praticamente inosservato in Italia – strano Paese il nostro, capace di festeggiare con musica e fiumi di birra San Patrizio ma distratto nell’apprezzare opere monumentali sulla musica irlandese come quella di cui stiamo parlando -, questo volume di Fintan Vallely, musicista ed etnomusicologo, passa per essere la seconda edizione dell’omonimo volume edito nel 1999. In realtà lo va a sostituire nella sostanza visto che dalle 478 pagine – dello stesso formato naturalmente – si passa alle 832, oltre a presentare una time-line della storia d’Irlanda ed una bibliografia molto precisa sulle pubblicazioni di carattere musicale.

Con oltre 200 contributi di musicisti e di musicologi, il volume presenta migliaia di schede – facilmente consultabili, precise e complete – riguardanti gli strumenti, i musicisti, le danze, i luoghi e quant’altro nei secoli abbia dato origine e perpetui tuttora la musica tradizionale irlandese.

E, ci tengo a sottolinearlo, non è un volume dedicato agli specialisti, ma invece si rivolge al più vasto pubblico amante delle tradizioni popolari di questo Paese.

Volete sapere la storia delle Uilleann pipes? La biografia e le opere di William Kennedy o di Turlogh O’Carolan? La differenza tra jig, reel e slow dance? Le vicende dei Planxty o del Ceoltoiri Chualann? In cosa differiscono le tradizioni delle Contee di Donegal e di Clare? Qui potrete soddisfare tutte le vostre curiosità di musicisti e appassionati. Tre parole finali: un volume fondamentale.

http://www.music.ie

f@imusic.ie

LA MESQUIA “Podre”

LA MESQUIA “Podre”

LA MESQUIA

“Podre” – Musitrad, 2014

PUBBLICATO DA FOLK BULLETIN, 2014

Se l’obiettivo de La Mesquia era quello di riferirsi alla propria storia – musicale e naturalmente linguistica – per poi produrre nuova musica, beh, l’obiettivo è stato centrato pienamente. Lo abbiamo detto altre volte, questo è il migliore dei modi per traghettare suoni e parole verso il futuro, ma questo “Podre” ci ha colpito sin dal primo ascolto per la sua freschezza. Certo dalle valli Occitane – questa l’area dove opera il gruppo – nei decenni passati sono stati molteplici gli esempi lodevoli di recupero e di riproposta, citiamo solo i Lou Dalfin, e questo “Podre” ci aggiorna sul lavoro che questo gruppo di musicisti sta portando avanti. La Valle Stura, la Valle della Bisalta, la Val Grana e la Val Varaita nascondono tesori culturali e naturali purtroppo poco conosciuti che rischiano di venire devastati, ed ascoltando questo disco viene la voglia di partire per il cuneese per conoscere il retroterra culturale che questo straordinario ensemble propone.

Quattordici sono le tracce, tutte originali, e rigorosamente acustica la strumentazione: ghironda ed organetto naturalmente, eppoi violino e viola, flauti, fisarmonica e cornamusa oltre naturalmente alla voce. In tutte c’è lo “zampino” di Remo Degiovanni – come autore di testi e musiche e come co-autore – già fondatore dei Roussinhol e profondo conoscitore e divulgatore della cultura occitana; con lui Chiara Cesano, Manuel Ghibaudo, Francesco Giusta e Luca Pellegrino, strumentisti di prima classe impegnati anche alla stesura degli arrangiamenti.

Una perla è l’unico strumentale, “Suni D’Orelha – Farfoi – Sòre” arricchito dal suono dell’arpa, ma ci sono piaciute particolarmente anche “Poison” con le sue tematiche ecologiste e “Politicants”, che narra la dura vita della gente occitana e dei “politicanti” che arrivano solamente per derubare la terra delle sue risorse e gli uomini dei loro denari.

Un gran bel disco. Val la pena cercarlo.

 

Contatti: lamesquia@virgilio.it

ORCHESTRA POPOLARE DELLE DOLOMITI

ORCHESTRA POPOLARE DELLE DOLOMITI

ORCHESTRA POPOLARE DELLE DOLOMITI

“Concier di testa” – ATELIER CALICANTO, distribuzione Felmay, 2015

“Ballabili e canzoni dei Monti Pallidi”, così il sottotitolo ci racconta il contenuto di questo CD registrato nel maggio del ’14 (2014) da questa orchestra formata da ventiquattro musicisti provenienti dall’area veneto tridentina per la direzione musicale del clarinettista Francesco Ganassin.

Tutto nasce a Borca di Cadore, nel bellunese, quando nel 2002, grazie ad una ricerca musicologica promossa dal Conservatorio “Pollini” di Padova, viene ritrovato un libretto con spartiti manoscritti di inizio ‘900 riguardanti temi a danza, “ballabili” inediti. Ma spesso “da cosa nasce cosa” e grazie all’iniziativa dell’Atelier Calicanto vengono ritrovati altri tre manoscritti parte dei quali già pubblicati da Roberto Tombesi e Francesco Ganassin per la Casa Editrice Nota (“Ballabili antichi per violino e mandolino. Un repertorio di primo ‘900”).

Manoscritti che aggiunti ai volumi pubblicati nel passato e di recente – ad esempio quelli del Cornoldi nel 1968, di Silvana Zanolli nel 2011 (la pubblicazione inedita del materiale raccolto da Ettore Scipione Righi nella seconda metà dell’800 – “Il canto poplare veronese”, Cierre Edizioni) ed a quello, recentissimo, che presenta la ricerca effettuata nel Polesine da Sergio Liberovici (Squilibri Edizioni) ci danno un quadro esaustivo della tradizione musicale di questa parte del nordest italiano.

La musica contenuta nel CD, accompagnato da interessanti saggi di Antonio Carlini e Roberto Tombesi presenta come detto sia immancabili “ballabili” (segnalo l’iniziale affascinante suite di due “Gavotte” bella introduzione a questo lavoro, “Suite Jodler” – una danza della Val Pusteria, una Berlingozza e una Mazurca” e la “Suite di valzer”), che canti narrativi ritrovati anche in aree adiacenti a quello della ricerca in oggetto e pubblicati a partire dall’’800 in diverse lezioni nei volumi citati (“L’uselin dal bosch”, “La pastora”).

Non mi dilungo nel descrivere il fascino degli arrangiamenti, il suono d’insieme e la ben conosciuta perizia dei musicisti coinvolti. Mi limito a “dichiarare” che questo “Concier di Testa” è il degno compendio ai manoscritti ritrovati, che qui prendono nuova vita e nuova dimensione.

 

www.felmay.it

www.orchestrapopolaredelledolomiti.it

SANCTO IANNE “Trase”

SANCTO IANNE “Trase”

SANCTO IANNE

“Trase” CD FOLKCLUB ETHNOSUONI, 2013

PUBBLICATO DA FOLK BULLETIN, MARZO 2013

Con i piedi saldamente ancorati nella cultura popolare e la testa proiettata nel futuro, i Sancto Ianne pubblicano “finalmente” il loro atteso quarto lavoro, dopo il già splendido “Mo’ siente” del 2006. Il progetto del gruppo “sannitico” prosegue, con altre 14 composizioni originali, arrangiamenti molto curati ed efficaci, testi che rivelano una contemporaneità dei temi trattati – anche se alcune tematiche sono da considerare quasi “croniche” anche in altre aree del Bel Paese – , oltre ad alcuni cammei di ospiti tra i quali citiamo i pugliesi Maria Moramarco e Nico Berardi.

L’assoluta precarietà del lavoro, l’inquinamento diffuso ed incontrollato, lo spreco di un bene comune come quello dell’acqua potabile ovvero la totale mancanza di rispetto dell’ambiente in una terra altrimenti ricca di risorse di ogni tipo, come quella culturale, fanno di questo “Trase” una fotografia nitidissima di una realtà sistematicamente ignorata dalla stragrande maggioranza dei media. Temi di denuncia quindi in linea con il Sancto Ianne-Pensiero vicino ad altri nati dalla collaborazione con la Compagnia Stabile di Benevento (gli spettacoli “Madre natura madre Madonna” e “Valani”).

Dal punto di vista strettamente musicale, ci si trova la tradizione accanto alla modernità, gli strumenti più associati alle radici a fianco di quelli elettrici, i ritmi popolari (“Ci more e ci campa”) vicino a quelli dal sapore mediorientali ed al rap (la bellissima “Guardame sienteme”), diventato oramai linguaggio espressivo neo – popolare delle più giovani generazioni (“…….ù guaglione che ha perso la fiducia”, verso che la dice lunga…….): un puzzle già sperimentato in passato da altri con alterni risultati, ma che a nostro avviso qui trova alla perfezione la quadratura del cerchio.

Insomma, un gran bel capitolo dell’avventura del sestetto sannitico, che a nostro avviso con Ghetonia e Uaragniaun rappresenta il meglio della musica di derivazione popolare italiana. E non solo.

ENRICO NEGRO “La memoria dell’acqua”

ENRICO NEGRO “La memoria dell’acqua”

ENRICO NEGRO

“La memoria dell’acqua” – Solitunes Records, 2015

Al di là del pedigree e della bravura tecnica di Enrico Negro, finissimo chitarrista piemontese, ciò che invoglia l’ascolto di questo suo secondo lavoro solista – leggendo la track list – è l’eterogeneità del repertorio che propone. Musica tradizionale, ragtime, musica “classica”, canzone d’autore, brani originali. Difficile mantenere un’omogeneità esecutiva, ma Enrico Negro ha affrontato questi repertori con grandi discrezione, rispetto ed autorevolezza riuscendo nell’intento, uno spirito questo che in molti brani ricorda i migliori momenti solisti di John Renbourn, peraltro un dichiarato punto di riferimento di questo bravo strumentista – autore alessandrino. Personalmente preferisco sempre i brani originali dagli altri perché danno a mio avviso l’opportunità di apprezzare meglio la cifra stilistica dell’autore: quindi il brano d’apertura che dà il titolo al disco e la suite “Rubato / Mehri” ma vi invito all’ascolto dello spumeggiante ragtime “Detective Rag” composto da Oisorac al secolo Ermenegildo Carosio e alla suite “Sestrina / Levantine” (la prima uno splendido arrangiamento di una danza tradizionale, seguita da due danze composte da Negro). Ma è difficile scegliere i brani da segnalare, perché solamente concentrandosi sull’intero lavoro si comprende quanto sia stato meditato, sedimentato e quanto sia ben suonato questo “Memoria dell’acqua”.

Infine un plauso alla Solitunes che con molta attenzione e coraggio produce e promuove in modo molto accurato (mi riferisco anche alla grafica della copertina) artisti come Enrico Negro ed altri che si muovono in territori d’avanguardia (della quale abbiamo un gran bisogno sempre). Non vorrei eccedere in trionfalismi, ma trovo questa musica una boccata di ossigeno, elemento del quale spesso abbiamo bisogno……

 

http://www.enriconegro.it

http://www.solitunes.it

SUONI RIEMERSI: THE BOYS OF THE LOUGH “Sweet Rural Shade”

SUONI RIEMERSI: THE BOYS OF THE LOUGH “Sweet Rural Shade”

BOYS OF THE LOUGH

“Sweet Rural Shade”, Shanachie records, 1988

PUBBLICATO SU FOLK BULLETIN cartaceo, giugno 1988

Sono parecchi, attualmente, i gruppi di folk revival celtici in crisi di idee e rifugiatisi nello sterile tunnel della musica pop. A questi dovremmo consigliare una vacanza (breve o lunga a seconda dei casi) ad Arlington, nello stato Washington dove, immersi nella natura selvaggia delle Montagne Rocciose potrebbero, oltre ad ossigenarsi i polmoni, ritrovare la loro identità di musicisti folk. E’ infatti in questa località americana che i Boys of the Lough hanno trovato (coaì almeno si legge nelle note di copertina) pace e serenità per registrare il quattordicesimo album della loro carriera, iniziatasi nell’ormai lontano 1971. A dire il vero i “Boys” non hanno mai sofferto di crisi d’identità o di idee, anzi. Dall’esordio su vinile hanno continuamente migliorato il loro suono, producendo una serie di album la cui gemma è rappresentata prprpio da “Sweet rural shade”. Già avevamo osannato il precedente “Farewell and Remember me” per la freschezza dei suoni e per la ricercatezza e raffinatezza degli arrangiamenti, i migliori del panorama folk dai tempi dei Planxty di Donal Lunny. La sorpresa musicale più gradita di questo “Sweet rural shade” è rappresentata, a nostro avviso, dal ruolo affidato al pianoforte di John Coakley; si tratta di una riscoperta di questo strumento, relegato, nel folk celtico, ad un mero ruolo ritmico, poco degno della storia di questo strumento.

In “The hills of Donegal” e in “Todd’s sweet rural shade” al piano viene invece dato il ruolo di cucire la melodia delle “songs”, mentre in “Forest flower”, unico brano tradizionale al di fuori dell’area celtica (è un valzer finnico), la tastiera introduce splendidamente la danza.

Ospiti del gruppo sono in questa occasione Ed Littlefield (americano, alle cornamuse e steel guitar) e lo scozzese Ron Shaw (al violoncello) che ben coadiuvano il quintetto che ormai si è avviato a divenire l’ensemble leader del folk celtico, spodestando gli irlansedi Chieftains, divenuti – a nostro avviso – fin troppo accademici.

Insomma, questo “Sweet rural shade” risulta essere il miglior album dei “Boys” che deve affiancare, in una discoteca che si rispetti, l’album di esordio, con i mitici Dick Gaughan e Robin Morton (produttore ora della scozzese Temple Records).

Resta il rammarico di non avere ancora assistito a un concerto italiano del gruppo, ma la speranza di un futuro blitz di Folkitalia è sempre presente.

Nell’attesa, andate alla ricerca di “Sweet rural shade”.

BOCLE’ BROS. “Rock the Boat”

BOCLE’ BROS. “Rock the Boat”

BOCLE’ BROS. KELTIC PROJECT

“Rock the Boat” Autoproduzione, 2015

Per ciò che mi riguarda, l’evento più “cool” del recente William Kennedy Piping Festival tenutosi ad Armagh nell’Irlanda del Nord a metà dello scorso novembre è stato senz’altro il set di questo quartetto, che in una sala dello Charlemont Hotel ha presentato il suo recentissimo “Rock the Boat”. Ora, in un festival dedicato alla cornamusa lo spettatore medio si aspetta musica tradizionale a fiumi, per quattro giorni dalla mattina alla ……. mattina seguente. Poi una sera, in questa location del Charlemont Hotel, sul palco vengono portati una batteria, un contrabbasso, un set di uillean pipes – e fin qui niente di strano – ed un organo Hammond con annesso vibrafono – e questo è molto strano. La cosa si fa intrigante ed in effetti la musica del quartetto franco-bretone sorprende per l’originalità, la maestria dei musicisti e per una quantità di riferimenti musicali che ti spiazza. Cioè è tutto quello che non ti aspetti. In un festival dedicato alle cornamuse. E questo CD “Rock the Boat” è la lucida testimonianza del concetto musicale ascoltato in quella umida serata irlandese. La tradizione è messa da parte, la musica viaggia tra il rock progressivo ed il jazz più raffinato, temi e soli si rincorrono in tutti i nove brani, se hai amato – e se ami – il suono dell’Hammond e del vibrafono non puoi non sentire il “richiamo” dei Colosseum più jazzistici, e la nitida impronta di grandi maestri come Jimmy Smith o Jack McDuff. E la cornamusa? C’è, eccome se c’è, è un fondamentale quarto della musica: detta i temi e sorprende con gli assoli. E se Roland Kirk suonava la highland bagpipe nel jazz più spinto, allora Loic Blèjean può suonare benissimo – e le suona benissimo – le uillean pipes fuori dai confini della tradizione irlandese. Con lui l’impeccabile Simon Bernier alla batteria, Gildas Boclè al contrabbasso – sempre di grande effetto l’uso dell’archetto nonché la sua cavata – ed il fratello tastierista Jean-Baptiste forma un quartetto che non vediamo l’ora di ascoltare in Italia, magari in un Festival Jazz. Super consigliatissimo.