BUILLE “Beo”

BUILLE “Beo”

BUILLE

“Beo” – Crow Valley Music, 2015

I fratelli Vallely (Caoimhin, pianista e Niall, concertina), hanno utilizzato per la prima volta il nome “Buille” nel 2007, come titolo di un album registrato in compagnia di Paul Meehan e Brian Morrissey. Un album sorprendente, di purissima musica irlandese……………..di nuova composizione: su questa linea hanno proseguito il loro percorso musicale che li ha portati a pubblicare questo magnifico “Beo”, presentato naturalmente nella “tana del lupo”, ovvero la sede dell’Armagh Pipers Club in occasione della passata edizione del William Kennedy Pipers Club.

Un gruppo straordinario, quanto di meglio il panorama della tradizione irlandese possa offrire oggi, e questo per vari motivi. L’assoluta padronanza tecnica dei musicisti tanto per cominciare (oltre ai fratelli Vallely ci sono Brian Morrissey al bodhran, Kenneth Edge al sax soprano ed Ed Boyd alla chitarra), l’ispirazione in fase di scrittura dei due Vallely, la raffinatezza degli arrangiamenti – non è per nulla facile inserire il suono di un pianoforte acustico in un ensemble di questo tipo – e il coraggio, oserei dire la sfrontatezza, di inserire nel loro repertorio un brano come “In a silent way” di Joe Zawinul (pianista di un certo Miles Davis e co-fondatore dei Weather Report). E funziona, eccome se funziona: una delle più belle interpretazioni di questo classico del jazz elettrico, condotto dalla concertina e dal pianoforte con delicate pennellate delle percussioni che a metà si trasforma in una brano originale (“After the silence”) per ritornare alla melodia di partenza.

Dal vivo – e questo “Beo” è stato registrato magnificamente dal vivo a Ballyvourney – la musica dei Buille si ascolta in religioso silenzio, un folk cameristico (e non è un ossimoro) che ti fa venire la voglia di riascoltarlo ancora una volta, e poi un’altra……….. Cercatelo. Lo apprezzerete da subito.

 

http://www.buille.com

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JUNE TABOR “Ashore”

JUNE TABOR “Ashore”

JUNE TABOR

“Ashore” – Topic Records, 2011

 PUBBLICATO DA FOLK BULLETIN, 2011

June Tabor. Con Norma Waterson e Maddy Prior è a nostro avviso la più vera e preparata delle cantanti della più pura tradizione folk britannica; con questo “Ashore” per la leggendaria etichetta Topic torna a pubblicare dopo quattro anni un lavoro che merita la lode piena. Se non altro per avere avuto il coraggio di registrare tredici tracce non solo con arrangiamenti davvero semplici quanto delicati ed efficaci ma anche proponendo un’interpretazione “a cappella” che stupisce per la bellezza ed intensità esecutiva. Insomma un disco che ci riporta a quegli anni in cui si preferiva puntare alla valorizzazione della semplicità della tradizione piuttosto che al tentativo di sfondare sul mercato discografico con arrangiamenti più accattivanti e non sempre interessanti.

Ma, a parte due magnifici strumentali condotti dalla fisarmonica diatonica di Andy Cutting (la danza Morris “I’ll go and enlist for a sailor” e “Jamaica” proveniente dalla raccolta seicentesca “The Complete Dancing Masters” di John Playford) è naturalmente la suadente voce di June Tabor la protagonista assoluta di questo “Ashore”. Due i brani che ci hanno colpito per la loro raffinatezza esecutiva: “The great Selkie of Sule Skerry” – proveniente dalla raccolta di Sir Francis Child (numero 113) e qui in una versione degli anni trenta -, uno struggente canto epico narrativo delle isole Orcadi che ci racconta di una delle figure della mitologia scozzese, il “silkie” (uomo sulla terraferma e foca in mare), con il canto accompagnato intelligentemente – quasi in sottofondo – dal pianoforte di Huw Warren e la “street ballad”, raccolta sia a Glasgow che a Dundee, “The Bleacher Lassie of Kelvinhaugh”, eseguita “a cappella” che consente di apprezzare totalmente la melodia del canto.

Il prestigioso “The Guardian” definisce “magnificent” questo nuovo lavoro di June Tabor. Come non essere d’accordo?

ALLMAN BROTHERS BAND “Idlewith South”

ALLMAN BROTHERS BAND “Idlewith South”

ALLMAN BROTHERS BAND

“Idlewith South, 1970. DeLuxe Edition” – UNIVERSAL MUSIC GROUP, 4CD, 2CD, 2015

Idlewith South è il secondo LP della band di Gregg e Duane Allman, pubblicato il 23 settembre 1970. Fu il primo album degli Allman ad entrare nella classifica di Billboard (19°) dopo le scarse vendite di quello d’esordio, e contiene brani memorabili che contribuirono nelle loro versioni live a creare la leggenda di questa band della Florida fino a pochissimi anni fa. Mi riferisco soprattutto a “In Memory for Elizabeth Reed”, tributo a Miles Davis composto da Dickey Betts, quasi sette minuti nella versione in studio e venti nella sua esecuzione dal vivo, una lunga jam che rende pieno valore ai musicisti di questa storica ed inimitabile band, ma anche a “Hoochie Coochie Man” di Willie Dixon ed a “Don’t keep me wondering” scritta da Gregg Allman con Duane alla slide guitar. Considerato da molti la migliore incisione in studio della band di Jacksonville, è in questa edizione accompagnato da parecchie alternate takes, ma soprattutto da due CD con una registrazione dal vivo dell’aprile dello stesso anno registrata al “Ludlow’s Garage” di Cincinnati. Un live, questo, edito prima come bootleg (2CD) dalla Swingin’ Pig nel 1989 e come disco ufficiale l’anno seguente, a mio avviso sullo stesso piano del mitico Live at Fillmore e che certamente non mancherà nelle discoteche dei fans della band dei fratelli Allman. Il quarto CD presente nel cofanetto contiene l’immancabile versione BlueRay di Idlewith South.

Di questo CD ne è stata pubblicata anche una versione meno DeLuxe con 2 CD.

Personalmente quoto sempre la versione originale dei dischi, quella voluta dai musicisti al tempo della registrazione e pubblicazione. Amen.

ACCADEMIA MANDOLINISTICA PUGLIESE

ACCADEMIA MANDOLINISTICA PUGLIESE

ACCADEMIA MANDOLINISTICA PUGLIESE

“I suoni del barbiere: mandolini e mandolinisti nella Puglia del primo ‘900”

Digressione Contemplativa, 2CD, 2011

PUBBLICATO SU FOLK BULLETIN, 2012

Direbbe Frau Merkel: “Italiani? Spaghetti, Pizza e Mandolino”. Niente di meglio aggiungiamo noi: sui primi due tutti d’accordo, sul terzo, prima di esprimere un parere, bisogna ascoltare questo magnifico doppio CD giunto nelle nostre mani un poco in ritardo, ma del quale dobbiamo assolutamente parlare. Intanto per l’interessante, lucido ed esaustivo saggio scritto da Fedele Depalma, che ci regala una fotografia della Puglia dei primi del ‘900, della vita sociale attorno alle botteghe dei barbieri ed ai circoli mandolinistici nei quali venivano suonate sì le arie di danza ma anche arrangiamenti di brani operistici. Una caratteristica questa comune anche ad altre zone d’Italia se è vero che a Verona, da dove vi scriviamo, erano presenti circoli mandolinistici e dove, almeno nell’Osteria di Via Duomo, una sera alla settimana fino a pochi anni or sono vi si riuniva un quartetto di suonatori.

Arie d’opera si diceva, ed il primo dei due CD è dedicato appunto a questo repertorio: Verdi, Mozart, Rossini e Mascagni tra gli altri. Una cavalcata sfrenata in questo sterminato repertorio, reso affascinante dai musicisti dell’Accademia che ci riporta ai primi decenni del Novecento quando nei piccoli centri rurali – ripeto non solo pugliesi – era possibile avvicinarsi alla musica operistica solamente ascoltando le trascrizioni per mandolini e chitarra, o per fisarmonica oppure per pianoforte, per chi se lo poteva permettere.

Il secondo CD “Serenate e ballabili”, un titolo che descrive da solo il repertorio incluso: barcarole, polke, schottische, valzer, mazurche che si ballavano, o semplicemente si ascoltavano, nelle botteghe, nelle feste paesane, nelle osterie, negli angoli ombrosi nelle calde estati, vicino a “serenate”, eseguite “su richiesta” nei vicoli e nelle viuzze dei centri abitati dagli stessi barbieri mandolinisti.

L’Accademia Mandolinistica Pugliese (Valerio Fusillo, Sergio Vacca, Fedele Depalma, Antonio Barracchia, Leonardo Lospalluti, Simona Armenise ed Antonio Di Lorenzo) si rivela un fiore all’occhiello della musica acustica italiana, per noi – e speriamo anche voi – una sorpresa graditissima che, ne sono certo, farebbe felice anche l’istrionico David Grisman.

Spaghetti, Pizza e Mandolino, altro che!

SUONI RIEMERSI: MATT MOLLOY “Stony Steps”

SUONI RIEMERSI: MATT MOLLOY “Stony Steps”

MATT MOLLOY

“Stony Steps” – Claddagh records, 1988

PUBBLICATO SU FOLK BULLETIN cartaceo, settembre/ottobre 1988

“Sono nato a Ballaghaderren, nella Contea di Roscommon, ed ho imparato a suonare il flauto da mio padre Jim, che proviene dalla Contea di Sligo. Anche lui era un flautista, come del resto mio zio Matt. A loro volta anche loro impararono lo strumento da loro padre, e così via, all’indietro nel tempo”. In queste poche parole autobiografiche di Matt Molloy, è racchiusa non solo la sua storia di musicista, ma tutta l’essenza della musica tradizionale, tramandata di generazione in generazione e giunta fino a noi. L’Irlanda è sicuramente in Europa una delle poche isole felici dove questa trasmissione di cultura non si è ancora interrotta, anzi. Lo studio della tradizione, e non solo di quella musicale, sta generando nuovi interessi, soprattutto tra i giovani, i quali, dopo aver assimilato gli antichi idiomi, li adattano ai linguaggi musicali moderni più vicini al loro modo di essere irlandesi (un caso per tutti, i Pogues). Ma torniamo a Matt Molloy: questo “Stony Steps” è il quarto album solista di colui che oggi rappresenta certamente il meglio della tradizione del flauto irlandese. Molloy ha infatti militato nei più importanti gruppi del movimento folk quali la Bothy Band, i Planxty e a tutt’oggi è un componente dei celeberrimi Chieftains, custodi della tradizione celtica. La produzione è affidata a Donal Lunny, autore di alcune delle più significative produzioni degli ultimi anni (Christy Moore, Liam O’Flynn, Moving Hearts) ed anche arrangiatore e musicista (suona in Stony Steps il bozouky e le tastiere); i brani sono tutte danze – jigs, reels, slip jigs, air – davvero splendide per esecuzione e per i raffinati arrangiamenti. Molloy si è circondato di ottimi musicisti, in grado di dare un apporto personale all’interpretazione dei brani eseguiti. Oltre al già citato Lunny è presente il chitarrista Arty McGlynn (Patrick Street) con il quale fornisce la base ritmica al flauto di Matt Molloy. Ospiti sono “gli amici di sempre” e cioè Kevin Burke (già con Molloy nella Bothy Band), Sean keane (dei Chieftains) e James Kelly (tutti violinisti) ed i tastierista Michael O’Sullivan. Difficile segnalare i brani più significativi: a nostro parere comunque indichiamo l’aria “O’Rathaille’s Grave” – dedicata al poeta Aodghan O’Rathaille, deceduto nel 1725 – e l’iniziale medley “McFadden Favourite, Sean McGuire’s, Jackson’ Favourite nel quale emergono maggiormente la chitarra di McGlynn ed i bozouky di Lunny. In conclusione, un grand bel disco, del quale dovete immediatamente mettervi alla caccia, che ahimè, prevedo lunga e difficile; non vi sarà facile trovarlo ma, come si dice il gioco vale la candela. Disponibile (incredibile ma vero) anche in CD.

JERRY GARCIA “OLD & IN THE WAY”

JERRY GARCIA “OLD & IN THE WAY”

OLD & IN THE WAY

“Live at the Boarding House – The complete shows” – ACOUSTIC OASIS RECORDS, 2014

“Live at the Record Plant Sausalito, California”. CLONDIKE RECORDS, 2014

PUBBLICATO SU FOLK BULLETIN, 2014

Pubblicati a pochi mesi di distanza uno dall’altro, questi due CD (a dire il vero il primo è un cofanetto di 4 CD) sono la testimonianza di quanto sia stata importante nel panorama della musica definita “americana” questa band, un autentico “Dream Team” del folk e bluegrass da loro stessi definito “progressivo”; cioè lontano mille anni luce da quello più ortodosso della stragrande maggioranza praticato dai musicisti nordamericani. Abbiamo quindi Peter Rowan alla chitarra, David Grisman al mandolino, John Kahn al contrabbasso, Vassar Clements al violino e Jerry Garcia al banjo e voce: a tutto diritto un quintetto di valore eccezionale non solo sulla carta ma anche nella realtà. Un quintetto che, come ebbe a dirmi lo stesso Peter Rowan in occasione di un suo concerto veronese di parecchi anni fa, “era malvisto e maldigerito dai musicisti ortodossi”, non solo per la capacità di improvvisare durante l’esecuzione dei brani, ma anche e forse soprattutto per il loro aspetto: capelli lunghi, camicioni a quadri, jeans sdruciti, eccetera eccetera. Tanto erano malvisti da questi tanto erano amati, anzi adorati, da tutti gli altri, dai Deadheads agli amanti della musica, della grande musica tout court ed anche in Europa erano considerati un gruppo di culto.

“Live at the Boarding House” contiene i due concerti nella loro interezza del 1 e dell’8 ottobre 1973 – parzialmente editi anche qualche anno fa -, mentre il secondo quello del 21 aprile dello stesso anno trasmesso dalla stazione FM KSAN. Musica di grande valore e significato – per quello che rappresentato per i giovani musicisti tradzionali americani -, tra qualche standard come “Muleskinner blues” e “Orange blossom special”, strumentali mozzafiato come “Jerry’s Breakdown”, e numerosi classici come una bella quanto inaspettata versione di “The great Pretender” (sì, proprio quella dei Platters) e l’immancabile “Land Of the Navajo”, cavallo di battaglia di Peter Rowan e “Panama Red” di Garcia, già registrata dal gruppo New Riders Of The Purple Sage del quale il chitarrista – banjoista californiano fece parte all’inizio. Per ciò che riguarda la qualità delle registrazioni, superlativa la prima, molto buona quella del concerto di Sausalito, comunque raccomandati entrambi.

FINTAN VALLELY “Companion to Irish Traditional Music”

FINTAN VALLELY “Companion to Irish Traditional Music”

FINTAN VALLELY

“Companion to Irish Traditional Music” Cork University Press, 2^ Ed.ne 2011. Pagine 832

Pubblicato alla fine del 2011 ma passato praticamente inosservato in Italia – strano Paese il nostro, capace di festeggiare con musica e fiumi di birra San Patrizio ma distratto nell’apprezzare opere monumentali sulla musica irlandese come quella di cui stiamo parlando -, questo volume di Fintan Vallely, musicista ed etnomusicologo, passa per essere la seconda edizione dell’omonimo volume edito nel 1999. In realtà lo va a sostituire nella sostanza visto che dalle 478 pagine – dello stesso formato naturalmente – si passa alle 832, oltre a presentare una time-line della storia d’Irlanda ed una bibliografia molto precisa sulle pubblicazioni di carattere musicale.

Con oltre 200 contributi di musicisti e di musicologi, il volume presenta migliaia di schede – facilmente consultabili, precise e complete – riguardanti gli strumenti, i musicisti, le danze, i luoghi e quant’altro nei secoli abbia dato origine e perpetui tuttora la musica tradizionale irlandese.

E, ci tengo a sottolinearlo, non è un volume dedicato agli specialisti, ma invece si rivolge al più vasto pubblico amante delle tradizioni popolari di questo Paese.

Volete sapere la storia delle Uilleann pipes? La biografia e le opere di William Kennedy o di Turlogh O’Carolan? La differenza tra jig, reel e slow dance? Le vicende dei Planxty o del Ceoltoiri Chualann? In cosa differiscono le tradizioni delle Contee di Donegal e di Clare? Qui potrete soddisfare tutte le vostre curiosità di musicisti e appassionati. Tre parole finali: un volume fondamentale.

http://www.music.ie

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