ENRICO NEGRO “La memoria dell’acqua”

ENRICO NEGRO “La memoria dell’acqua”

ENRICO NEGRO

“La memoria dell’acqua” – Solitunes Records, 2015

Al di là del pedigree e della bravura tecnica di Enrico Negro, finissimo chitarrista piemontese, ciò che invoglia l’ascolto di questo suo secondo lavoro solista – leggendo la track list – è l’eterogeneità del repertorio che propone. Musica tradizionale, ragtime, musica “classica”, canzone d’autore, brani originali. Difficile mantenere un’omogeneità esecutiva, ma Enrico Negro ha affrontato questi repertori con grandi discrezione, rispetto ed autorevolezza riuscendo nell’intento, uno spirito questo che in molti brani ricorda i migliori momenti solisti di John Renbourn, peraltro un dichiarato punto di riferimento di questo bravo strumentista – autore alessandrino. Personalmente preferisco sempre i brani originali dagli altri perché danno a mio avviso l’opportunità di apprezzare meglio la cifra stilistica dell’autore: quindi il brano d’apertura che dà il titolo al disco e la suite “Rubato / Mehri” ma vi invito all’ascolto dello spumeggiante ragtime “Detective Rag” composto da Oisorac al secolo Ermenegildo Carosio e alla suite “Sestrina / Levantine” (la prima uno splendido arrangiamento di una danza tradizionale, seguita da due danze composte da Negro). Ma è difficile scegliere i brani da segnalare, perché solamente concentrandosi sull’intero lavoro si comprende quanto sia stato meditato, sedimentato e quanto sia ben suonato questo “Memoria dell’acqua”.

Infine un plauso alla Solitunes che con molta attenzione e coraggio produce e promuove in modo molto accurato (mi riferisco anche alla grafica della copertina) artisti come Enrico Negro ed altri che si muovono in territori d’avanguardia (della quale abbiamo un gran bisogno sempre). Non vorrei eccedere in trionfalismi, ma trovo questa musica una boccata di ossigeno, elemento del quale spesso abbiamo bisogno……

 

http://www.enriconegro.it

http://www.solitunes.it

SUONI RIEMERSI: THE BOYS OF THE LOUGH “Sweet Rural Shade”

SUONI RIEMERSI: THE BOYS OF THE LOUGH “Sweet Rural Shade”

BOYS OF THE LOUGH

“Sweet Rural Shade”, Shanachie records, 1988

PUBBLICATO SU FOLK BULLETIN cartaceo, giugno 1988

Sono parecchi, attualmente, i gruppi di folk revival celtici in crisi di idee e rifugiatisi nello sterile tunnel della musica pop. A questi dovremmo consigliare una vacanza (breve o lunga a seconda dei casi) ad Arlington, nello stato Washington dove, immersi nella natura selvaggia delle Montagne Rocciose potrebbero, oltre ad ossigenarsi i polmoni, ritrovare la loro identità di musicisti folk. E’ infatti in questa località americana che i Boys of the Lough hanno trovato (coaì almeno si legge nelle note di copertina) pace e serenità per registrare il quattordicesimo album della loro carriera, iniziatasi nell’ormai lontano 1971. A dire il vero i “Boys” non hanno mai sofferto di crisi d’identità o di idee, anzi. Dall’esordio su vinile hanno continuamente migliorato il loro suono, producendo una serie di album la cui gemma è rappresentata prprpio da “Sweet rural shade”. Già avevamo osannato il precedente “Farewell and Remember me” per la freschezza dei suoni e per la ricercatezza e raffinatezza degli arrangiamenti, i migliori del panorama folk dai tempi dei Planxty di Donal Lunny. La sorpresa musicale più gradita di questo “Sweet rural shade” è rappresentata, a nostro avviso, dal ruolo affidato al pianoforte di John Coakley; si tratta di una riscoperta di questo strumento, relegato, nel folk celtico, ad un mero ruolo ritmico, poco degno della storia di questo strumento.

In “The hills of Donegal” e in “Todd’s sweet rural shade” al piano viene invece dato il ruolo di cucire la melodia delle “songs”, mentre in “Forest flower”, unico brano tradizionale al di fuori dell’area celtica (è un valzer finnico), la tastiera introduce splendidamente la danza.

Ospiti del gruppo sono in questa occasione Ed Littlefield (americano, alle cornamuse e steel guitar) e lo scozzese Ron Shaw (al violoncello) che ben coadiuvano il quintetto che ormai si è avviato a divenire l’ensemble leader del folk celtico, spodestando gli irlansedi Chieftains, divenuti – a nostro avviso – fin troppo accademici.

Insomma, questo “Sweet rural shade” risulta essere il miglior album dei “Boys” che deve affiancare, in una discoteca che si rispetti, l’album di esordio, con i mitici Dick Gaughan e Robin Morton (produttore ora della scozzese Temple Records).

Resta il rammarico di non avere ancora assistito a un concerto italiano del gruppo, ma la speranza di un futuro blitz di Folkitalia è sempre presente.

Nell’attesa, andate alla ricerca di “Sweet rural shade”.