CONTRADA LORI’ “Doman l’è festa”

CONTRADA LORI’ “Doman l’è festa”

CONTRADA LORI’

“Doman l’è festa” – Vaggimal Records, 2014 – Distribuzione Audioglobe

PUBBLICATO SU FOLK BULLETIN MAGAZINE, Gennaio 2014

A qualche anno dalla pubblicazione di “Varda che bela luna” dei Folkamazurka, finalmente un altro ensemble veronese “dedicato” alla musica tradizionale ed ai suoi dintorni pubblica del materiale nuovo, ed alquanto interessante. E’ la Contrada Lorì, che prende il nome appunto da una contrada del piccolo paese di Avesa, un borgo a nord della città di Verona. Si definiscono “manutentori” della musica popolare, con una simpatica ma efficace espressione che rende benissimo l‘idea del progetto alla base di questo “Doman l’è festa”, ovvero quella sì di avere le radici nella cultura popolare, ma anche e soprattutto di avere le idee chiare su come comporre nuovi testi e nuove musiche. Certamente un’idea non nuova né in Italia né all’estero, ma è solamente così che la tradizione può viaggiare nel tempo ed autoalimentarsi senza essere incatenata in pedisseque esecuzioni fedeli all’originale dei portatori. Per restare in “officina”, Contrada Lorì “fa il tagliando” alla “Sonada del magnatismo”, ad una Manfrina (nascosta alla fine dell’ultima traccia) riprese dal repertorio del chitarrista – mandolinista Arturo Zardini della Valpolicella ed a “Contra marso”, “la chiamata di marzo” che racconta di quando i ragazzi da un versante chiamavano le ragazze da maritare che abitavano sul versante opposto della valle: due arrangiamenti indovinati sia dal punto di vista musicale che vocale, una bella sorpresa davvero.

Il “resto” del disco sono nuove composizioni: belle melodie, arrangiamenti curati e tanta passione. La Contrada scherza talvolta (“Piutosto”), si concede l’inno di Avesa (“Mi son de Avesa”), e lo fa sempre con misurata ironia: d’altro canto ci regala alcune gemme come – mi permetto di segnalare – “Vorìa vegnar grando”, “Doman l’è festa” ed ancora “Va, bogonela va!”.

Contrada Lorì, buona la prima.

 

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“Hunger and Love”: Tribute to Billie Holiday 1915 – 2015″

“Hunger and Love”: Tribute to Billie Holiday 1915 – 2015″

AA.VV.

“HUNGER AND LOVE: TRIBUTE TO BILLIE HOLIDAY 1915 – 2015” – DODICILUNE DISCHI, 2CD, 2015

PUBBLICATO DA FOLK BULLETIN, Autunno 2015

Se volete sapere come è la salute della voce femminile del jazz italiano, questo doppio CD ve ne dà luminosa e dettagliata prova. Ventiquattro voci per ventiquattro cammei del repertorio di Lady – D. Canzoni scritte da lei (poche) e soprattutto “per” lei da autori come Charlie Mingus o Frank Sinatra, per fare due esempi. E’ una produzione dell’etichetta salentina Dodicilune, fiore all’occhiello del panorama jazz nostrano, e non solo. Ne parlo qui, sul Folk Bulletin, perché lo straordinario talento di Billie Holiday ha influenzato anche musicisti dell’area folk, nello specifico di quella dei folksinger d’oltreoceano, come ad esempio Dave Van Ronk e Karen Dalton. E quindi tra le due dozzine di tracce vi voglio segnalare quelle più vicine a questo mondo, quello dei fumosi folk club neworkesi che negli anni cinquanta e sessanta hanno visto nascere decine e decine di autori ed interpreti: qualcuno entrato nella leggenda, molti caduti nell’oblio nonostante i loro “numeri” evidenziati anche dalle registrazioni

E per tornare a Van Ronk e Karen Dalton ecco “God Bless The child” scritta nel 1939 da Arthur Herzog, interpretato dalla salentina Elisabetta Guido e Angelo Mastronardi al pianoforte, e quindi “Left alone” – una delle sette canzoni scritte dalla Holiday ma mai da lei registrata – scritta a quattro mani con il pianista Mal Waldron proposta da Antonella Chionna e Andrea Musci alla chitarra, e ancora la sorprendente versione al sapore africano di “My old flame” di Lisa Maroni e Baba Sissoko ak rigoni ed al tamani. E mi fermo qui.

Insomma, una bella idea quella di ricordare Billie Holiday – quanti in Italia ci hanno pensato ? – ed ancor più quella di coinvolgere quanto di meglio il jazz vocale di casa nostra offra a tutt’oggi. E le voci hanno riposto offrendo intepretazioni molto significative, da quelle più legate al jazz cosiddetto mainstream a quelle più intimiste, ma tutte contraddistinte da bravura, professionalità e grande rispetto verso il songbook di questa straordinaria figura della musica del secolo scorso, scomparsa troppo presto a New York nel 1959.

 

DAVE & PHIL ALVIN “Common Ground”

DAVE & PHIL ALVIN “Common Ground”

DAVE ALVIN & PHIL ALVIN

“Common ground” – Yep Roc Records, 2014

PUBBLICATO SU FOLK BULLETIN MAGAZINE, 2014

 William Lee Conley Broonzy, conosciuto ai più come “Big Bill” (18931958), è stata una delle figure più importanti del folk blues. Ha attraversato da protagonista sia il periodo del blues rurale sia quello urbano, diventando negli anni Cinquanta una delle figure più carismatiche dell’American Music Folk Revival.

Nello straordinario songbook di Big Bill Broonzy pescano i californiani Phil e Dave Alvin, incidendo questo ottimo CD caratterizzato dal grande rispetto – quasi religioso – verso il materiale originale e da un approccio quanto mai personale. Bastano poche note infatti per riconoscere il “marchio di fabbrica” della ditta Alvin: pochi accordi e si ritorna indietro ai tempi dei Blasters, quartetto che negli anni ottanta regalò agli appassionati gemme tra le quali la più significativa fu “Hard Line” (1985), uno dei migliori esempi di rock nel quale era possibile individuare molti influssi del variegato mondo musicale americano, a mio modesto avviso naturalmente.

In questo “Common ground”, a parte la bella rilettura di “Key on the highway”, cavallo di battaglia di molti chitarristi (i “claptomani” si ricorderanno quella di Derek & The Dominos con Duane Allman ed il duetto di Clapton con B.B. King, altri quella di Bromberg), i fratelli Alvin seguono le tracce del Broonzy meno conosciuto, a volte con arrangiamenti più acustici, altre volte rispolverando il suono “Blasters” facendosi aiutare anche dall’ex Gene Taylor, talentuoso pianista. Ecco quindi “Big Bill Blues”, “Saturday Night Rub”, con arrangiamenti più acustici, e “Tomorrow”, “Just a dream” e la bellissima “You’ve changed” prese ed immerse nel sound dei Blasters. Meglio le prime o le seconde? Difficile a dirsi, quindi io le prendo tutte.

Un disco che si fa ascoltare più e più volte, e che soprattutto fa nascere il desiderio di andare alla ricerca le versioni originali del vecchio caro Big Bill Broonzy. Facile. Basta cercare gli economici cofanetti della JSP. Questo per i più “curiosi”, naturalmente.

 

SIMONE VALBONETTI & CRISTIANO DA ROS

SIMONE VALBONETTI & CRISTIANO DA ROS

SIMONE VALBONETTI & CRISTIANO DA ROS

“Tales” – Baraban Records, 2014

PUBBLICATO SU FOLK BULLETIN MAGAZINE, OTTOBRE 2014

Beh, c’è stata la generazione degli Andrea Carpi, di Giovanni Unterberger e di Maurizio Angeletti, quella di Riccardo Zappa con la sua Drogheria di Drugolo e quella di Franco Morone e Walter Lupi: oggi è il turno, nell’ipotetico “gotha” della chitarra acustica italiano e non solo, di una serie di strumentisti – compositori di gran valore, tra i quali, per non far torto agli altri e perché sto parlando di lui, c’è il milanese Val Bonetti.

A quattro di distanza dal già molto significativo esordio di “Waits” sforna in queste settimane “Tales”, che finalmente ci riconsegna un chitarrista in gran forma, bloccato suo malgrado per un lungo periodo da problemi fisici alla mano ora risolti completamente. Lo fa collaborando con il contrabbassista Cristiano Da Ros e letteralmente creando le nove tracce di questo gran bel disco: bastano le chitarre acustiche, la resofonica ed un contrabbasso – preciso, discreto e da vero jazzista in grado di prendersi il suo spazio con “gustosi” soli – a “riempire” di musica lo spazio nel quale si ascoltano questi “racconti”. Che si parli in idioma jazz (l’introduttiva “Yogurth, Garlic and Cucumbers”), blues (lo slow blues di “Old saxophone Blues”) o di immaginari paesaggi cooderiani (“Afa”, composizione di Da Ros), ciò che risalta è la qualità del dialogo chitarra – contrabbasso, un’efficace conversazione che come tale alterna momenti pacati e riflessivi ad altri più intensi e vivaci.

Ai tempi dei sopracitati musicisti esistevano ancora quegli spazi che noi “umani” chiamavamo “negozi di dischi”, oggi per un musicista non resta che promuovere il suo “prodotto” sul web o negli sparuti concerti che riesce a fare in questi tempi davvero grami. Val Bonetti è a mio avviso uno strumentista di livello straordinario, con ottime idee – e chiare – su come realizzare la sua musica, e dovrebbe essere invitato dove meriterebbe, ovvero i grandi festival e le grandi rassegne di chitarra internazionali.

E’ facile darmi ragione, basta ascoltare “Waits” e questo bellissimo “Tales”. Provare per credere, diceva quel tale…….

 

DAVE VAN RONK “Hear me Howl”

DAVE VAN RONK “Hear me Howl”

DAVE VAN RONK

“Hear me howl – Live 1964”

ROCK BEAT RECORDS, 2LP, 2014

PUBBLICATO SU FOLK BULLETIN MAGAZINE, DICEMBRE 2014

Da quello che mi risulta questa è la prima pubblicazione postuma di un concerto live di Dave Van Ronk, autore ed interprete importantissimo della scena folk americana e newyorkese in particolare, tornato alla ribalta grazie anche allo splendido film dei fratelli Coen “A proposito di Davis (Inside Llewyn Davis)”. Registrato il 20 ottobre 1964 all’Università dell’Indiana di Bloomington questo doppio CD contiene 25 tracce provenienti da questa serata ed una, l’ultima (“He was a friend of mine”), registrata al Phil Ochs Memorial Concert nel 1977. Ascolti il concerto e scappi cinquant’anni indietro nel tempo, in un auditorium universitario con davanti la chitarra e l’inconfondibile voce roca del Sindaco di MacDougal Street che ti disegna la mappa del folklore americano, intrisa di blues, del folklore bianco e della migliore canzone d’autore. Insomma, fa un certo effetto anzi diciamo pure emoziona nel profondo ascoltare di seguito “God Bless The Child” di Billie Holiday e “Baby let me lay it on you” scritta a quattro mani con un’altra seminale quanto defilata figura del folk americano come Eric Von Schmidt, “Candy man” e “Motherless Child” del Reverendo Gary Davis e, se non vi ho invogliato abbastanza, il tradizionale “St. Louis Tickle” e “Buddy Bolden’s Blues” di Jelly Roll Morton. Dave Van Ronk è stata una grande figura della musica americana, ha influenzato generazioni di folksinger e songwriters e soprattutto, negli anni migliori del Greenwich Village e del Gas Light (ma anche di altri club della zona” ha rappresentato una figura di riferimento importante, se è vero, ed è vero, che la prima persona incontrata a New York, in un centro culturale vicino a Washington Square, da un certo Bob Dylan fu appunto Dave Van Ronk. Non so, vorrà pur dire qualcosa………

 

 

HEADLESS HEROES – “The Silence of Love”

HEADLESS HEROES – “The Silence of Love”

HEADLESS HEROES

“The Silence Of Love”, Fargo Records, 2008

PUBBLICATO SU FOLK BULLETIN MAGAZINE, DICEMBRE 2008

La piccola ma attivissima etichetta francese indipendente Fargo regala agli appassionati del neo-folk americano questa preziossima gemma, “The Silence Of Love”, frutto dell’ensemble californiano “Headless Heores”; uno splendido album di covers ideato da Eddie Bezahel e Hugo Nicolson (lo ricordiamo nelle sue collaborazioni con Bjork e Radiohead) che hanno riunito in uno studio di registrazione diversi musicisti della scena westcoastiana – il polistrumentista Josh Klinghoffer e il quartetto d’archi Dirty Pretty Strings tra gli altri – attorno alla voce di Alela Diane Menig, voce emergente con all’attivo il minimale e bellissimo “The Pirate’s Gospel” del 2006 che vi consigliamo di rintracciare “in rete”.

Questo “The Silence Of Love” è come dicevamo un tributo alla musica di alcuni autori particolarmente amati dai “nostri” (e da noi); suoni e deliziose atmosfere elettro-acustiche per omaggi a Nick Cave (“Nobody’s Baby Now”), a Linda Perhacs (l’intimistica “Who really cares?”), all’inglese Vashti Bunyan (l’ipnotica “Here before”) fino ai Jesus And The Mary Chain e ad altri autori misconosciuti che danno costantemente nuova linfa alla musica d’autore d’oltreoceano.

Diane Alela è decisamente la catalizzatrice di questo progetto, al quale riesce a dare un’impronta ben riconoscibile e lontana dal folk “primigenio” del suo disco d’esordio. La è facile entrare in studio con dei musicisti mai incontrati prima – ed è questo il caso visto che la produzione ha “impattato” con la voce di Alela su Myspace – e riuscire ad amalgamare ed equilibrare i suoni, le esperienze, le personalità dei session-men. Forse questo progetto non diventerà mai un gruppo stabile con vita propria, ma immaginarlo in un prossimo futuro alle prese con le composizioni della cantante non costa nulla.

Nel frattempo attendiamo a breve il nuovo lavoro di Diane Alela, sulla stessa etichetta e previsto per febbraio.

 

IL DIAPASON: SUONI DAL PIANETA TERRA

IL DIAPASON: SUONI DAL PIANETA TERRA

Benvenuti!

Dopo lunghi pensamenti e ripensamenti, ho creduto opportuno aprire un blog per pubblicare puntualmente le mie recensioni dei dischi, libri o quant’altro riguardi i generi musicali che seguo. Così avrò anche la possibilità di inserire l’archivio completo delle mie recensioni pubblicate dal 1990 sul mensile di cui sopra. Che il blog si chiami come la trasmissione che ho il piacere e l’onore di condurre il lunedì sera alle 21 sulle frequenze di Radio Popolare Verona 104 FM non è naturalmente un caso. Il mio sarà infine un blog che non conterrà stroncature di ciò che andrò a recensire, per il semplice motivo che non ho l’insensata abitudine – e penso nemmeno l’abbiate voi – di acquistare dischi e libri poco interessanti o che non incontrino i mei gusti musicali e letterari.